Nessun altro posto, nessun altro luogo.

Immaginatevi il Grand Canyon con immensi prati colorati.

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Così potrebbe essere descritta senza esagerare più di tanto, Castelluccio di Norcia; provincia di Perugia, sita nel parco dei Monti Sibillini, nell’appennino umbro marchigiano.

Fino a poco tempo fa, per me, questi erano soprattutto nomi studiati durante qualche lezione di geografia alle medie, o qualche foto vista in internet.

Ma l’estate scorsa ho deciso di conoscere dal vivo quella parte dell’Italia centrale: le Marche e la sua costa con Sirolo, Portonovo e Ancona, il suo entroterra con Filottrano, Recanati e Ascoli Piceno. Da lì verso il Parco dei Monti Sibillini.

Nel cuore del “Parco”, praticamente al confine tra le Marche e l’Umbria e non lontano da quelli di Lazio e Abruzzo, vigila isolato su un colle, nel centro di un altipiano carsico a 1452 mt di altezza, il borgo medievale di Castelluccio di Norcia.

Tra la fine di maggio e la metà di luglio, migliaia di turisti fanno tappa a Castelluccio per assistere all’annuale Fioritura che, in quel periodo dell’anno, esplode colorando i campi della vallata.

Io sono arrivato in ritardo, era agosto inoltrato, ma nonostante i suoi 120 abitanti ufficiali, Castelluccio sembrava contenerne 10 volte tanti.

Turismo sportivo, con giovani provenienti dal Nord Europa venuti a praticare parapendio e deltaplano con l’azienda locale Prodelta.

Ancora il turismo gastronomico, con le lenticchie, prodotto principe di Castelluccio, vendute in ogni piccola bottega locale; differenti per tipologia, quantità e contenitore.

Quando dopo ore di curve in salita si inizia a scendere verso i Piani di Castelluccio, ci si trova davanti a uno spettacolo del Creato e dell’uomo. Distese di prati protetti da dolci montagne mentre un’Italia gigante disegnata da alberi sul fianco di una di esse ti da il benvenuto. Da lontano, il borgo di Castelluccio di Norcia, inizia a definire meglio le proprie linee.

Quello che invece non ti aspetti di trovare è una consolidata tradizione artistico culturale.

Giunto in cima all’altipiano, all’ingresso di Castelluccio, ti accolgono una serie di scritte bianche sui muri lasciati con cemento a vista, che lì per lì fanno pensare a un atto vandalico o a un’originale forma di promozione. Percorrendo le piccole stradine di Castelluccio ti accorgi però che queste scritte sono ovunque. Me ne colpisce una in particolare, che si conclude con un misterioso quanto intraducibile termine per un milanese: “sqinquirinqui”.

Un po’ perché internet da quelle parti non prende alla perfezione e un po’ perché sul web non c’erano notizie soddisfacenti a riguardo, chiedo al proprietario del ristorante scelto per la cena, notizie su queste “strane e incomprensibili scritte” e sul significato del termine “sqinquirinqui”.

Scopro che il proprietario è nientemeno che uno degli iniziatori di questa tradizione. Negli anni sessanta, mi racconta, i ragazzi di Castelluccio, infastiditi dal fatto che le ragazze del borgo preferissero gente di altre città a loro, hanno inventato una nuova forma di comunicazione. Questa consisteva nell’ideare una strofa irriverente che prendesse di mira la ragazza in questione o il suo amato sqinquirinqui (buono a nulla), per poi nel cuore della notte scriverla con vernice bianca sui muri della città. Ovviamente non veniva mai fatto il nome della ragazza, ma il massimo del divertimento era, il mattino seguente, commentare con il padre della donzella il significato della strofa, cercando di ipotizzarne il destinatario”.

Oggi che a Castelluccio non c’è più nessuno, se non qualche pastore che non abbandona il suo bestiame, e che la maggior parte degli alberghi, delle case e delle scritte sono crollate, penso a un film che ho visto proprio nelle sere in cui ho dormito da quelle parti.

A fine anni 60’, in quelle vallate, Adriano Celentano interpretò, diretto da Pietro Germi, il celeberrimo Serafino, ragazzo nato e cresciuto tra i monti, simpatico e ribelle, ma con un cuore grande che alla fine lo aiuterà a districarsi dai guai e dalle preoccupazioni della vita.

La speranza è che il cuore grande della gente che abita quei luoghi possa smettere di avere paura per iniziare la ricostruzione. Accanto alle donazioni dei privati, quello che gli operatori del turismo e del commercio possono fare è sicuramente promuovere o cercare di realizzare eventi legati ai luoghi del sisma o favorire, per quanto possibile, l’acquisto e lo smerciamento dei prodotti alimentari di quelle zone.

Castelluccio, come Amatrice, e le altre cittadine vittime della furia cieca del terremoto che sta colpendo il centro Italia , non possono rimanere come l’Aquila, che a quasi 8 anni di distanza, nonostante le sperimentazioni all’avanguardia nel settore delle costruzioni antisismiche che si stanno facendo in città, resta un cimitero a cielo aperto, con strade e palazzi inagibili e centinaia di gru che si ergono alte come croci.

Questi piccoli gioielli, incastonati nel Parco dei Monti Sibillini, devono essere ricostruiti al più presto, perché rappresentano un unicum del patrimonio artistico, culturale e turistico mondiale.

Un patrimonio che non potrebbe esistere in nessun altro posto, in nessun altro luogo.

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