Ho notato il rapido diffondersi di un’abitudine, che personalmente reputo fastidiosissima, nata forse su Instagram, ma ormai dilagante su tutti i social media: il famigerato “Trenino di Hashtag”.

Un “Trenino di Hashtag” è quella specie di digitazione compulsiva di una serie di “cancelletti” nella maggior parte dei casi del tutto inutili, tipo: #comeusareglihashtagcorrettamente #adessovelodicoio #sapevatelo #netiquette #linkedinnonliusavapiù #linkedinliusaancora #nonservonosututtiisocial #contentisking #qualitytravel #impressions #garavaglia4president #jacopoangri4presidenttoo #chipiùnehapiùnemetta…

Vietato abusarne

Partiamo allora da un presupposto fondamentale: usare correttamente gli hasthtag significa aver capito che possono influenzare gli esiti delle nostre campagne in determinati social media, ma significa anche aver compreso che non sono adatti per tutti i medium e che possono perfino risultare fastidiosi, quindi controproducenti.

E se da un lato Instagram consente di pubblicare fino a 30 metatag (iI che ha senso, perché spesso l’obiettivo su Instagram è quello di rendere visibili le nostre fotografie a tutto il mondo), dall’altro LinkedIn pare continuare a interrogarsi sulla loro reale utilità. Infatti, dopo averli introdotti sulla sua piattaforma nel 2013, li ha poi aboliti e infine reintrodotti di nuovo lo scorso settembre, ma neanche Jeff Weiner (il Ceo di LinkedIn, ndr) sa dire fino a quando.

Il bello degli hashtag, comunque, è che consentono di mettere in relazione contenuti simili anche all’interno dei social media, notoriamente ben diversi da un motore di ricerca. Questo permette di raggruppare le discussioni su un dato argomento, consentendo di dar vita in real time a un “secondo schermo” attraverso il quale commentare un evento, una manifestazione sportiva, una trasmissione televisiva e così via.

Usate correttamente, insomma, queste etichette possono veicolare valore e rendere i tweet rintracciabili.

In principio fu Twitter

La nascita di questi metatag si deve a Twitter, Anno Domini 2007, quando a San Diego prese corpo uno spaventoso incendio monitorato da Nate Ritter, imprenditore nel settore ICT, con un live-tweeting identificato dall’hashtag #sandiegofire. Imponendo un limite di 140 caratteri ai suoi messaggi, tuttavia, Twitter ha automaticamente limitato moltissimo l’abuso di questo strumento.

Pian piano anche tutti gli altri social si sono adeguati, anche se la maggior parte (LinkedIn su tutti) lo ha fatto con una certa riluttanza, poiché già nel 2014 una ricerca di Socialbackers aveva dimostrato che l’uso dei metatag nei post può portare a una diminuzione del tasso di coinvolgimento e di interazione degli utenti.

Per non sbagliare, dunque, occorre usarli con una certa moderazione, perché un cancelletto utilizzato a sproposito potrebbe dare risultati perfino peggiori che non utilizzandolo.

Ecco allora le sei regole definitive per usarli in modo corretto:

1. Da zero a 30, a seconda del social media

Come abbiamo visto, su alcuni social media è bene scegliere pochi hashtag molto contestualizzati al messaggio che si vuole diffondere. Questo discorso vale soprattutto per LinkedIn (dove potete evitarli tranquillamente), Facebook (anche qui non sono indispensabili), Google+ (qui uno o due ci starebbero anche) e Twitter, per il quale è consigliabile usarne al massimo due per post (pare infatti che i tweet con uno o due cancelletti ricevano un’interazione superiore al 21%, mentre con tre si scenda già al 17%).

Nemmeno su Pinterest sono così indispensabili, tant’è che di fatto per le ricerche è sufficiente usare le parole chiave. Su Tumblr, addirittura, esiste un campo apposta per le tag, per cui non occorre usare alcun cancelletto. Praticamente inutilizzabili, invece, su Snapchat, dove al massimo è possibile trafficare con i geofiltri.

Per Instagram al contrario, anche se c’è chi dice che il numero perfetto di hashtag sarebbe 11, se volete abusarne fatelo serenamente. Anzi, se 30 cancelletti non dovessero bastarvi, sul blog che Federico Spano cura per La Nuova Sardegna potete trovare un escamotage per raddoppiarli.

2. Non li ha ordinati il dottore

A prescindere dal social media in cui state postando, ricordatevi che non è assolutamente indispensabile utilizzare anche gli hashtag. Il loro scopo, infatti, è rendere il vostro post rintracciabile da tutti coloro che fanno una ricerca per quelle determinate parole chiave. Se non avete alcun interesse a far vedere anche agli sconosciuti le vostre foto in bikini, quindi, evitate di aggiungere #mare #Sardegna #finalmenteinvacanza e via dicendo.

3. Che siano brevi e facili da memorizzare

Hashtag troppo lunghi possono risultare difficili da leggere o addirittura da comprendere. Se volete essere efficaci usate tag abbastanza brevi e molto specifiche, così che siano anche semplici #daRicordare.

4. Mettiamoli in fondo

Salvo abbiate ineludibili necessità di spazio, non usateli all’interno di un messaggio, perché ne rendono estremamente difficile e fastidiosa la lettura (#e #voi #non #volete #che #i #vostri #followers #vi #abbandonino, #vero?). Se potete permettervelo, quindi, usateli in fondo, soltanto alla fine del vostro testo. #grazie!

5. Scegliamoli con cura

Se lo scopo delle etichette è quello di rendere rintracciabili i nostri tweet, sceglierli troppo strani, o addirittura astrusi è un azzardo: l’eccessiva originalità non sempre paga. Anzi, rischia di sortire l’effetto opposto e renderci invisibili. Una buona pratica, quindi, è quella di fare un’analisi preliminare degli hashtag più popolari nel contesto che ci interessa. Utilissimi a questo scopo tool come Tagify, Ritetag e Tagboard.

6. Come strumento di marketing, l’hashtag deve essere unico

Se state utilizzando questo strumento per una campagna di marketing, sceglietene uno e uno soltanto in modo estremamente accurato. A volte l’estrema unicità premia di più. È vero infatti che usando un termine più generico il flusso di topic sarà più elevato, ma sarà anche più difficile per il nostro pubblico di interesse entrare in contatto con noi e seguirci passo per passo.

#tuttochiaro?

 

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