Questo articolo doveva intitolarsi: “Renzi, sì con corna”.

Il sì era ovviamente legato al mio voto al referendum del 4 Dicembre, le corna alla speranza di vederlo impallinato alle successive elezioni.

In quell’articolo avrei voluto esprimere il mio disgusto per coloro che, dopo vent’anni trascorsi in trincea a difendere la sacra Costituzione minata dal capitalista Berlusconi, oggi ne auspicano un miglioramento, così come chiesto dai padri costituenti.

In quell’articolo avrei voluto protestare contro la pseudo egemonia culturale di sinistra che rende lecito quello che per altri non è.

Poi però mi sono annoiato da solo e ho provato ad analizzare la situazione:

e mi ritrovo Travaglio e i 5 Stelle che mi dicono che per capire il guaio in cui ci stiamo cacciando basta guardare l’articolo 70 dell’attuale Costituzione, oggi di semplici 9 parole (“La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”), che nella costituzione secondo Renzi diventerebbe di 439 parole.

Tutti i torti non ce l’hanno in effetti, non un perfetto esempio di semplificazione burocratica verrebbe da dire.

Poi però Renzi rilancia e dice che mi riduce i parlamentari, che metterà fine ai balletti tra Camera e Senato e che se ancora non mi bastasse mi riforma il titolo V, centralizzando i poteri dalle Regioni allo Stato, il che per inciso permetterebbe all’Italia del turismo di muoversi e promuoversi in maniera più coordinata e incisiva.

Venduta.

Ma quando tutto sembrava fatto, con il turismo a indicarmi la strada maestra, penso però che il mio ragionamento non vale per chi non lavora nel mio settore, e visto che a votare andranno anche persone a cui le orde di turisti magari rompono pure i cosiddetti, non posso non tenerne conto.

Di nuovo in crisi cerco aiuto in Silvio che tra un sì con riserbo e un no moderato non riesce a illuminarmi.

Così, in preda alla sindrome del referendum, per cui avrei fatto volentieri a meno di votare, capisco che non rimane che un’unica soluzione plausibile: lancio della monetina in cabina elettorale.
Per fare le cose fatte bene cercherò in qualche vecchio mobile una moneta da cento lire.

La sfangherò così.

Poi un flash: mio padre che sui campi da calcio mi suggeriva di scegliere sempre testa. “Esce sempre testa” mi diceva.

Niente, non riesco ad uscirne.

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