Stretto di Hormuz chiuso: chi rischia il lockdown energetico e cosa può accadere al turismo

La chiusura dello Stretto di Hormuz come conseguenza della Guerra in Medio Oriente tra Usa e Iran riporta al centro dell’agenda globale uno dei nodi più sensibili per l’economia internazionale. Da questo tratto di mare tra Iran e Oman transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa di gas naturale liquefatto. Il blocco del traffico marittimo, legato all’escalation geopolitica nell’area, ha effetti immediati sui prezzi dell’energia e apre scenari complessi per industria, trasporti e turismo, dal rischio inflazione a quello del lockdown energetico.

Un collo di bottiglia strategico per l’energia globale

Hormuz è da sempre un punto critico. Un corridoio di mare dove, in appena 33 chilometri di larghezza, passa il destino energetico del pianeta. Ogni giorno vi transitano milioni di barili di greggio diretti verso Asia, Europa e Stati Uniti. La sospensione, anche parziale, delle rotte ha già prodotto una contrazione dell’offerta, con rialzi sensibili del petrolio e del gas. Dopo l’escalation militare il traffico marittimo è crollato fino quasi ad azzerarsi, con petroliere e metaniere ferme fuori rotta e compagnie di navigazione che hanno sospeso le operazioni, stanno riprogrammando le rotte o sospendendo i viaggi. Le assicurazioni marittime aumentano i premi. Il rischio operativo cresce e si traduce in costi più alti lungo tutta la filiera energetica. Il risultato è una contrazione improvvisa dell’offerta globale. Petrolio sopra i 100 dollari al barile, gas europeo in forte rialzo e tensioni sui mercati delle materie prime.

Asia in prima linea, Europa più esposta di quanto sembri

Le economie asiatiche risultano le più vulnerabili. Cina e India dipendono in larga misura dalle forniture del Golfo. Anche Giappone e Corea del Sud importano gran parte del proprio fabbisogno energetico attraverso Hormuz. La Cina è il caso più evidente: nel 2024 ha fatto transitare attraverso Hormuz energia per oltre 110 miliardi di dollari. Subito dietro l’India, con circa 90 miliardi, seguita da Giappone e Corea del Sud. Per questi Paesi il problema non è solo il prezzo, ma la disponibilità fisica delle risorse. Una riduzione prolungata dei flussi può incidere direttamente sulla produzione industriale e sulla crescita.

L’Europa presenta una dipendenza meno diretta dal petrolio del Golfo, ma resta esposta sul fronte del gas. Il Qatar utilizza proprio questo passaggio per raggiungere i mercati europei ed è tra i principali fornitori di GNL, fondamentale per la logistica in mare, ma anche per le crociere. Una contrazione delle spedizioni può mettere sotto pressione gli stoccaggi e alimentare nuova volatilità, soprattutto in vista della stagione invernale.

Effetto a catena su prezzi e inflazione

L’impatto della crisi non si limita all’energia. L’aumento dei costi di petrolio e gas si riflette sui trasporti, sulla logistica e su numerosi settori produttivi, dalla chimica all’agroalimentare. Le imprese si trovano a gestire costi operativi più elevati. I rincari si trasferiscono sui prezzi finali, con un effetto diretto sull’inflazione. Il diesel, in particolare, risente della tensione sulle forniture e trascina con sé l’intero sistema dei trasporti e della distribuzione .

Turismo sotto pressione: voli più cari e domanda incerta

Tra i settori più sensibili c’è ovviamente il turismo. Il carburante rappresenta una delle principali voci di costo per il trasporto aereo. E l’ultimo carico di carburante da Hormuz arriva in Europa il 9 aprile. In caso di mancanza di rifornimenti il jet fuel potrebbe essere contingentato e non solo precauzionalmente come sta accadendo ora. Un aumento prolungato del prezzo del petrolio si traduce poi rapidamente in tariffe più alte. Le compagnie aeree possono reagire in diversi modi: aumento dei prezzi dei biglietti, riduzione delle frequenze o revisione delle rotte. Già adesso c’è chi sta chiedendo adeguamenti carburante preventivi, anche approfittando della situazione. Le destinazioni a lungo raggio risultano le più esposte, in particolare quelle asiatiche e mediorientali. Anche il turismo crocieristico può subire contraccolpi. La crisi ha già portato alla riduzione delle operazioni nel Golfo fino a fine anno, con itinerari modificati e migliaia di passeggeri coinvolti, invitati a scegliere tra rimborso o un nuovo itinerario.

Sul fronte della domanda, l’incertezza pesa quanto i prezzi. In presenza di tensioni geopolitiche e rincari, i viaggiatori tendono a privilegiare mete più vicine o a rinviare le partenze. Questo può favorire il turismo domestico e di corto raggio, a scapito dei flussi intercontinentali, come stiamo vedendo già in questa settimana di Pasqua, secondo i dati di Federalberghi.

Italia, tra rischio lockdown energetico e diplomazia attiva

Per l’Italia il rischio di un “lockdown energetico” non è solo teorico. Il Paese presenta un mix fortemente orientato al gas, che lo rende potenzialmente esposto agli shock internazionali. La dipendenza dal Golfo resta significativa: circa il 10% del gas consumato in Italia arriva dal Qatar e circa il 12% del petrolio proviene dal Medio Oriente . La quasi chiusura dello Stretto di Hormuz ha già prodotto effetti concreti, con la sospensione di diverse spedizioni di GNL verso l’Italia e il taglio di parte della capacità produttiva qatarina .

In questo contesto si inserisce la missione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni tra Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Il viaggio, organizzato in piena crisi, ha avuto un obiettivo esplicito: garantire la sicurezza energetica nazionale e rafforzare le relazioni con i principali fornitori .

Parallelamente, il governo sta cercando di diversificare le fonti, con nuove forniture dall’Algeria e dagli Stati Uniti e contatti con l’Azerbaigian. Una strategia che punta a ridurre la dipendenza da un’unica area critica, ma che richiede tempo per produrre effetti concreti.

Il rischio, nel breve periodo, è quello di una compressione delle forniture disponibile accompagnata da prezzi elevati. Non un blackout energetico in senso stretto, ma una situazione di forte stress del sistema, con impatti su industria, trasporti e potere d’acquisto.

Le destinazioni più esposte

Le aree direttamente coinvolte nella crisi, come Medio Oriente e Golfo Persico, hanno già subito un calo immediato dei flussi turistici. Pesano le percezioni di sicurezza e le restrizioni operative negli aeroporti. Più in generale, tutte le destinazioni che dipendono da voli intercontinentali potrebbero registrare una contrazione della domanda. Al contrario, alcune mete europee potrebbero intercettare parte dei flussi, beneficiando di un effetto sostituzione.

Gli scenari nei prossimi mesi

L’evoluzione dipenderà dalla durata della crisi. Gli aumenti delle materie prime si trasferiscono rapidamente ai prezzi finali, alimentando inflazione e rallentamento economico. Il rischio evocato dagli analisti è quello di una nuova fase di stagflazione, con crescita debole e prezzi elevati, uno scenario già intravisto durante le crisi energetiche del passato.

Uno scenario ottimistico prevede una riapertura entro poche settimane, con ritorno graduale dei flussi di gas e petrolio entro l’estate. Uno scenario intermedio ipotizza invece uno stop fino all’autunno, con forti tensioni sui mercati durante tutto il 2026. L’ipotesi più critica resta quella di una chiusura prolungata o intermittente, utilizzata come leva geopolitica. In quel caso il sistema energetico globale entrerebbe in una fase di instabilità strutturale. Energia più cara, inflazione persistente e crescita rallentata inciderebbero direttamente anche sul turismo, riducendo la propensione al viaggio e comprimendo i margini degli operatori.

Chi rischia davvero il “lockdown energetico”

La mappa dei rischi in questo momento vede:

  • Altissimo rischio: Cina, India, Giappone, Corea del Sud
  • Rischio medio-alto: Europa (soprattutto per il gas)
  • Rischio indiretto ma globale: economie emergenti e settori energivori

La chiusura dello Stretto di Hormuz non riguarda quindi solo il mercato petrolifero. È un evento che mette alla prova la resilienza dell’intero sistema economico globale. Energia, trasporti e turismo risultano strettamente interconnessi. Quando uno di questi elementi entra in crisi, l’effetto si propaga rapidamente. E il turismo, che vive di mobilità e fiducia, resta uno dei primi indicatori della profondità dello shock.

Autore

  • Domenico Palladino è editore, consulente marketing e formatore nei settori del turismo e degli eventi. Dal 2019 è direttore editoriale di qualitytravel.it, web magazine b2b sulla travel & event industry.

    Gestisce inoltre i progetti editoriali di extralberghiero.it, dedicato agli operatori degli affitti brevi, storytravel.org, sul turismo cinematografico, e cicloturismo360.it, per gli amanti del turismo su due ruote.

    Laureato in economia aziendale in Bocconi, giornalista dal 2001, ha oltre 15 anni di esperienza nel turismo. Dal 2009 al 2015 è stato web project manager dei magazine TTG Italia ed Event Report e delle fiere collegate TTG e BTC. Dal 2015 al 2019 è stato direttore di webitmag.it, online magazine di Fiera Milano Media su turismo e tecnologia. Ha pubblicato per Hoepli il manuale "Digital Marketing Extra Alberghiero" (2019).

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