Articolo di Danilo Verta, founder Vita Calabra Tours

Pronunciando le parole: “è permesso?!?” ho iniziato il mio viaggio nel tempo, il mio viaggio emozionale, il mio viaggio motivazionale, la mia trasfigurazione, comprendendo dove voglio arrivare e cosa voglio trasmettere ai viaggiatori che decidono di conoscere la Calabria. A rispondermi è stata un’ anziana signora intenta tra vecchie pentole nere di fuliggine, colme di cibo antico e smisurato amore. Una sottilissima voce umile e riservata mi invita ad entrare usando la classica formula comune in Calabria: “Favoriti figghiu meu”.

La stanza si presentava come una grande dispensa, mensole piene di ortaggi sott’olio e conserve per l’inverno, un grande forno a legna, le pergole per stagionare la soppressata e un immenso camino acceso, non per riscaldare l’ambiente, ma per cuocere le pietanze.

“Cosa state cucinando signora?” la mia domanda spontanea e curiosa, e lei, senza pronunciare una sola parola di italiano, nel suo dialetto, tipico della provincia di Vibo Valentia, inizia a raccontarmi ogni pietanza che nell’apposita pentola o giara di terracotta occupava uno specifico posto in quel grande camino. A cuocere fagioli “a suraca” per condire la “fileja” (tipico fusillo fatto a mano nelle zone del Vibonese) poi ancora il sugo di pomodoro e un grande pentolone con acqua per cuocere la fileja.

Immerso in quell’ambiente, accolto da un’ospitalità gentile e materna che trova il suo germe nel l’indole di ogni Calabrese, inebriato tra profumi di cibi antichi e la foschia del fumo del camino ho visto le mie radici, i miei avi, le madri, le zie, le nonne che hanno cresciuto generazioni e generazioni di Calabresi nei secoli, il susseguirsi di civiltà grandi e grandi civiltà: fenici, ausoni, enotri, siculi, italici, lucani, bruzi, elleni, romani, svevi, angioini, aragonesi, spagnoli, e forse non li ho ricordati tutti. A quel punto la mia reazione fu inaspettata e inattesa, non ce l’ho fatta a trattenermi e così mi sono abbandonato in un pianto che ancora oggi non riesco a descrivere, mentre le lacrime lavavano il mio viso ho smesso di essere un calabrese e sono diventato la Calabria. La mia terra entrava dentro di me, penetrava tutte le fibre della mia carne, dentro la mia anima, in quel momento non c’era più differenza tra l’individuo che sono e il luogo in cui sono nato, da quel momento in poi io e la mia terra siamo diventati un tutt’uno, un’unica essenza, in quel momento la Calabria si trasfigurava dentro di me.

Quella mattina accompagnavo un gruppo di Australiani per una delle tappe più significative di un tour enogastronomico Calabrese organizzato in collaborazione con uno chef Francese e sua moglie di origini calabresi, Christophe e Josephine di Le Tres Bon di Bungendore (Australia). Stavamo vivendo l’esperienza della “giornata del pane” organizzata dall’associazione Asfalantea di Zungri, in cui vecchie “comari” figlie della più verace tradizione contadina calabrese condividevano con noi il sapere antico e sacro della preparazione del pane fatto con farina di grani antichi e lievito madre, che si tramandano da 80 anni, cosi mi hanno detto e così vi scrivo.

Le mani sapienti delle vecchie “comari”, sfioravano le mani di questi viaggiatori che venivano da oltreoceano, lavorando tutti insieme su quell’impasto di pane di Calabria che in un solo momento ha annientato tutte le distanze, da quelle geografiche a quelle linguistiche, in un solo momento quei viaggiatori hanno smesso di essere professionisti di chissà quali grandi Corporation e sono diventati la Calabria insieme alla mia emozione e all’onore delle anziane signore nell’ospitare gli illustri viaggiatori.

Mi piace affermare spesso che la mia terra non è una terra per turisti, non riesco a immaginare le comari di Zungri gestire un gruppo di turisti, rispondere alle loro email, figuriamoci, non sanno parlare italiano ma fanno il pane migliore che abbia mangiato in vita mia, e se non fosse per Franca Crudo, il Presidente dell’associazione che sa come valorizzare le comari e le vecchie tradizioni, dubito che i miei ospiti australiani avrebbero mai vissuto un’ esperienza simile. La Calabria è una terra per viaggiatori, una terra dove è difficile trovare il locale che ti racconta la sua vita in inglese, è difficile trovare la coincidenza che ti porta dall’aeroporto di Lamezia Terme alla piazza di Zungri, è difficile entrare nelle viscere di una regione d’Italia dove il sacro e il profano si incontrano per scongiurare il malocchio in un mal di testa, dove l’uccisione del maiale in alcune famiglie viene ancora oggi celebrato come un rito pagano e propiziatorio, è difficile raggiungere il cuore, la vera essenza di questa terra, se sei il classico turista che cerca le informazioni di viaggio su Google o Tripadvisor, qui per fortuna Google e Tripadvisor ancora non sono arrivati, non parlano il dialetto calabrese, e allora ho compreso ancora di più quale dovesse essere il mio ruolo, cosa avessi dovuto restituire alla mia terra per la sua generosità e per le opportunità che mi ha concesso.

Dunque ho iniziato a raccontare le mie esperienze di “Vita Calabra”, ho iniziato a motivare chiunque sulle opportunità turistiche di questa terra, ho iniziato a cercare persone come Franca Crudo, persone che potessero offrirmi esperienze introvabili e irripetibili.

Ho capito che il mio futuro deve essere necessariamente connesso al mio passato, agli usi, ai costumi, alle tradizioni, alle persone e ho capito che nel mio piccolo dovevo dare voce a tanta autenticità, dovevo dare voce alle comari di Zungri, al mulino che macina a pietra il senatore cappelli, alla cooperativa che produce la seta come si faceva nel 1500, al frantoio che imbottigliava olio extra vergine d’olive al principe del feudo e lo fa ancora oggi, al pescatore della baia di San Nicola Arcella che racconta la sua storia e racconta la storia dei suoi mari e certe volte ,dopo il giro in barca, ci porta a casa sua a mangiare il pesce che cucina sua moglie, al liutaio che nel vicolo più antico del borgo, in un vecchissimo convento, si produce da solo la lira calabrese e incanta chiunque con musiche che arrivano dalla Magna Grecia, e del vino delle antiche olimpiadi d’Atene, dei liquori rurali, e dei peperoni cruschi, e delle comunità Arbereshe, dei borghi fantasma, dei casari del monte poro, dei pini loricati del Pollino, della tarantella, dei canti di briganti e amore per ogni singolo evento di questa terra, dal soffio del vento sui campi di grano, alla cascata che scroscia e casca nei canyon del fiume Lao, al cielo azzurrissimo e al mare verde cristallo.

Ogni giorno scopro qualcosa di nuovo che vale la pena raccontare e condividere con sempre più viaggiatori, che oggi dell’Italia cercano proprio queste storie, queste persone, queste vite, questa “Vita Calabra”. E dunque mi convinco sempre di più che questo è il futuro turistico che ogni territorio ha da percorrere, riprogettare il paradigma del mercato turistico italiano, motivare tutte quelle persone che hanno avuto il dono della trasfigurazione nella propria terra, sentire il dovere di raccontarla, di metterla sotto riflettori differenti, di comprendere che dall’altra parte del mondo c’è chi è disposto a pagare fior di quattrini per sfiorare con le proprie mani da ufficio metropolitano un’impasto di farine antiche e lievito madre che ha 80 anni.

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