Secondo i dati dell’Employer Research Brand 2018 di Randstadt quasi un italiano su cinque (il 17%) ha cambiato datore di lavoro nell’ultimo anno e quasi uno su tre ha intenzione di cambiarlo nel corso del 2018. Le modalità con cui si cerca lavoro sono diverse se si considera chi ha già cambiato lavoro oppure chi intende cambiarlo.

I canali più utilizzati per cercare lavoro sono i motori di ricerca e gli aggregatori di annunci di lavoro (indicati dal 62% di chi vuole cambiare impiego e dal 55% dei lavoratori che lo hanno già fatto), seguiti dai siti di annunci di lavoro (scelti dal 60% del campione che sta cercando un altro impiego e dal 55% di chi lo ha trovato), dalle sezioni “lavora con noi” dei siti aziendali (preferite rispettivamente dal 56% e dal 51%), da contatti personali e raccomandazioni (47% e 45%) e da Google (41% e 40%).

Anche in queste caso le preferenze sono diverse in base all’età, al genere e al livello di istruzione. Gli uomini usano LinkedIn per cercare lavoro con maggiore frequenza delle donne (37%), che in un caso su due (51%) preferiscono affidarsi ai siti di annunci di lavoro.

LinkedIn è anche particolarmente apprezzato dai lavoratori con il livello di istruzione più elevato (50%), il campione con un tasso medio di scolarità utilizza prevalentemente i motori di ricerca di lavoro (55%), mentre i potenziali dipendenti meno istruiti hanno più fiducia nei servizi pubblici per l’impiego (35%). I lavoratori con meno di 25 anni prediligono gli aggregatori e le piattaforme per la ricerca di lavoro (58%), mentre all’aumentare dell’età cresce il ricorso a mezzi più tradizionali, come i siti aziendali per i 25-44enni (49%) e i contatti personali e le raccomandazioni per la fascia più anziana, fra i 45 e i 64 anni di età (45%).

Perché gli italiani cambiano datore di lavoro

Gli italiani che invece hanno cambiato lavoro nell’ultimo anno o che intendono cambiarlo nei prossimi dodici mesi individuano al primo posto fra i fattori che li hanno spinti a cercare un altro impiego lo stipendio troppo basso (45%), seguito da work-life balance sbilanciato (39%), scarsa visibilità del percorso di carriera (38%), contenuto di lavoro poco stimolante (32%), instabilità finanziaria (30%). Il salario insufficiente è anche il primo motivo che induce il segmento di lavoratori fra i 25 e i 44 anni di età (47%) e in possesso di un elevato titolo di studio (47%) a cercare un altro impiego. La solidità finanziaria preoccupa soprattutto i lavoratori più anziani (35%) e meno istruiti (32%), mentre lo squilibrio fra vita privata e lavorativa è la principale causa di interruzione del rapporto di lavoro fra le donne (41%) e i dipendenti più giovani (44%). Infine, le probabilità che i lavoratori di genere maschile lascino l’azienda aumentano se non ci sono sufficienti occasioni di crescita professionale (40%), mentre il segmento a media scolarità si dimostra il più attaccato al proprio impiego, anche nel caso in cui vengano offerti pochi o nessun vantaggio (soltanto il 10% lascerebbe l’azienda).

Cosa trattiene gli italiani dal cambiare lavoro

La ricerca ha anche indagato i fattori che hanno convinto i lavoratori che nell’ultimo anno non hanno cambiato datore di lavoro e che non intendono cercare un altro impiego. Il fattore che ha pesato di più sulla scelta è stato il buon equilibrio fra vita professionale e privata (scelto dal 45% del campione), seguito da sicurezza del posto di lavoro (41%), atmosfera di lavoro piacevole (38%), solidità finanziaria (37%) e contenuto di lavoro interessante (36%). Il corretto bilanciamento fra lavoro e tempo libero è il fattore che più contribuisce a trattenere anche i lavoratori fra i 25 e i 44 anni di età (45%) e il segmento che possiede un livello medio di scolarizzazione (46%), mentre i lavoratori più giovani sono maggiormente attratti dalla visibilità del percorso di carriera (34%) e i più anziani dalla possibilità di raggiungere facilmente il posto di lavoro (42%). I lavoratori meno istruiti indicano salario e benefit come fattore più attraente (35%), mentre i lavoratori col più alto livello di istruzione sono più attenti al contenuto di lavoro interessante (45%). Infine, le impiegate donne rimangono più fedeli all’azienda in cui lavorano se l’atmosfera di lavoro è piacevole (40%), mentre gli uomini danno un’importanza maggiore alla solidità finanziaria (41%).

Cosa fanno gli italiani per restare occupabili

Che abbiano intenzione di cambiare lavoro o meno, gli italiani avvertono comunque la necessità di impegnarsi per restare competitivi sul mercato del lavoro. La principale azione per mantenere elevata la propria occupabilità è l’apertura ai cambiamenti, indicata dal 51% del campione, seguita dalla propensione a socializzare con colleghi, superiori e la propria rete professionale (48%), dalla disponibilità ad accettare un orario di lavoro flessibile (40%), dalla frequentazione di corsi di formazione per aggiornare le competenze (36%) e dall’impegno a mantenersi aggiornato sulle novità del proprio settore professionale (36%).

L’apertura ai cambiamenti è anche la modalità più seguita dai lavoratori di genere maschile (50%) e dalla fascia più anziana (53%), mentre l’attitudine a socializzare con la propria rete professionale è più comune fra le donne (51%) e fra i 25-44enni (49%). I lavoratori più giovani e il segmento meno istruito sono i segmenti più inclini ad accettare orari di lavoro più flessibili (rispettivamente il 44% e il 42%) rispetto a quello dei lavoratori meno giovani e più scolarizzati. I potenziali dipendenti con un livello medio di istruzione sono più disponibili a trasferirsi in un’altra parte del paese (19%), mentre il gruppo con la scolarità più elevata è il più attivo quando si tratta di aggiornare le proprie competenze e la conoscenza del proprio settore lavorativo (48%).

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