Ogni volta che il turismo italiano registra un dato positivo, il racconto pubblico tende a seguire una strada quasi obbligata: più arrivi, più presenze, più flussi, più movimento, più soddisfazione generale. È comprensibile. Dopo anni complessi, ogni numero in crescita viene accolto come una conferma della forza attrattiva del Paese, della sua capacità di restare desiderabile, della centralità dell’Italia nell’immaginario internazionale del viaggio eppure, proprio mentre i dati raccontano un turismo che continua a muoversi, sarebbe utile porsi una domanda meno celebrativa e molto più concreta: questa crescita sta davvero migliorando la redditività degli hotel?

La domanda può sembrare provocatoria ma non lo è, anzi, è forse una delle domande più fondamentali per comprendere lo stato reale del settore perché nel turismo contemporaneo non basta più misurare il successo con il numero delle camere occupate, delle colazioni servite o delle recensioni pubblicate online, tutto questo è importante, certamente, ma se alla fine del mese, dopo commissioni, costo del lavoro, utenze, manutenzioni, mutui, canoni, fornitori, imposte e investimenti rinviati, il margine resta fragile, allora il dato turistico positivo rischia di trasformarsi in una fotografia parziale.

I numeri più recenti confermano che il turismo italiano continua a crescere. Nel primo trimestre 2026 gli esercizi ricettivi hanno registrato 23 milioni di arrivi e 71,6 milioni di presenze, con un incremento rispetto allo stesso periodo del 2025 del 4,2% per gli arrivi e del 7,5% per le presenze. La componente straniera pesa ormai per il 54,6% delle presenze complessive e cresce con maggiore intensità rispetto a quella italiana è un segnale importante, perché conferma la forza dell’Italia sui mercati internazionali ma allo stesso tempo impone una lettura meno superficiale perché non tutti i comparti crescono allo stesso ritmo e non tutti gli operatori intercettano la stessa qualità di domanda.

Dentro questo quadro, infatti, il dato alberghiero merita una riflessione specifica. Sempre nel primo trimestre 2026, il settore alberghiero ha ospitato 16 milioni di arrivi e 46,3 milioni di presenze, mentre l’extra-alberghiero ha contribuito con oltre 6,9 milioni di arrivi e 25,3 milioni di presenze ma la differenza più significativa riguarda la velocità di crescita: le presenze alberghiere aumentano del 3,9%, mentre quelle dell’extra-alberghiero crescono del 14,7% anche se, devo ammetterlo, l’istituzione del CIN ha fatto emergere una miriade di strutture “fantasma”. Comunque, non siamo davanti a una semplice variazione statistica, siamo davanti a un’indicazione strategica dove la domanda turistica aumenta ma una parte crescente di questa domanda si distribuisce fuori dal perimetro tradizionale dell’hotellerie. Questo non significa che gli hotel siano in crisi strutturale ma significa piuttosto, che il settore alberghiero non può più permettersi di leggere il mercato soltanto attraverso la lente del movimento turistico generale. Se il turismo cresce e una quota rilevante della crescita si riversa su forme ricettive alternative allora l’albergo deve chiedersi non solo quanto mercato esista ma quale mercato riesca realmente a intercettare e soprattutto a quale prezzo, con quali costi commerciali, con quale marginalità e con quale capacità di fidelizzazione.

La questione diventa ancora più delicata se si osservano i dati delle associazioni di categoria. Federalberghi, nel proprio barometro del turismo relativo al primo trimestre 2026, segnala che nel primo bimestre le presenze in albergo sono aumentate dell’1,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente con una crescita della componente estera del 3,7% e una diminuzione di quella italiana dell’1,1%. Nello stesso quadro si evidenzia anche una crescita della spesa turistica degli stranieri in Italia nel 2025, arrivata a 56,7 miliardi di euro ma con indicatori di fiducia non positivi. È una fotografia interessante perché mostra una situazione tutt’altro che lineare poiché la domanda esiste, la spesa internazionale tiene ma l’atteggiamento delle imprese resta prudente ed è proprio questa prudenza a doverci interessare perché un imprenditore alberghiero non vive di statistiche aggregate, vive di conti economici. L’albergatore lavora dentro una dimensione molto più concreta, spesso meno raccontata, quella in cui ogni camera venduta deve coprire un costo reale e generare un margine sufficiente a garantire continuità.

Il primo equivoco da superare è la confusione tra occupazione e redditività in quanto come anche riportato nel mio ultimo libro Sostenibilità economica e gestione finanziaria delle strutture ricettive” una struttura piena non è automaticamente una struttura sana, può esserlo naturalmente, ma non lo è per definizione. Dipende da come è stata venduta quella camera, da quale tariffa media è stata applicata, da quale canale ha generato la prenotazione, da quali servizi sono inclusi e da quanta parte del ricavo resta davvero in azienda. Una camera venduta male non diventa una buona operazione solo perché contribuisce a riempire l’albergo, a volte, al contrario, aumenta il lavoro, consuma personale, stressa la struttura e produce un margine insufficiente.

Negli ultimi anni molti hotel hanno inseguito il riempimento come se fosse l’unico indicatore di salute e questo è comprensibile poiché dopo la pandemia, la priorità era tornare a vedere persone nelle hall con telefoni che squillavano e portali che generavano prenotazioni ma oggi quella fase deve essere superata. Il problema non è più soltanto vendere ma vendere bene e vendere bene significa conoscere quanto ogni segmento di clientela contribuisca realmente al risultato finale. Il tema dei canali in questo senso è centrale. La distribuzione online ha reso gli hotel più visibili, più prenotabili e più esposti ai mercati internazionali ma ha anche trasferito una parte importante del valore verso intermediari digitali molto forti. Un albergo che aumenta l’occupazione grazie a canali ad alta commissione ma non sviluppa vendita diretta, rischia di lavorare molto e trattenere poco e a questo si aggiunge la trasformazione della concorrenza che proviene dal comparto dell’extra-alberghiero da non considerare quale fenomeno laterale, romantico o residuale, essendo a ragion veduta, una componente strutturale dell’offerta turistica.

In Europa, secondo Eurostat, nel 2025 le notti prenotate tramite piattaforme online per soggiorni brevi sono state 951,6 milioni, con un aumento dell’11,4% rispetto al 2024 e del 32,4% rispetto al 2023 e tale dato non riguarda soltanto la concorrenza tra hotel e appartamenti ma il modo in cui cambia la percezione del soggiorno e dinnanzi a questi risultati non ci si può lamentare della concorrenza anche se, trovo giusto, chiedere regole chiare, controlli omogenei, fiscalità corretta e pari responsabilità verso il territorio ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo.

Se l’albergo vuole competere solo sul servizio pernottamento e prima colazione, gioca una partita già persa in partenza, dovrebbe invece torna a essere presidio professionale dell’accoglienza con una qualità organizzata e capacità di risolvere problemi, allora può recuperare centralità, il punto è che questa centralità non si improvvisa ma va progettata, formata, comunicata e venduta. Molti albergatori conoscono perfettamente il proprio mestiere, hanno capacità relazionale e una cultura dell’ospitalità costruita in anni di lavoro è ovvio che questo patrimonio in un mercato più tecnico, più veloce e più esposto, oggi non basta più. Serve un salto culturale dove l’albergo non deve più considerarsi soltanto un luogo dove si dorme ma una piattaforma di valore, dove vendere soggiorni, certo, ma anche motivazioni di viaggio ed esperienze attraverso relazioni territoriali.

Dunque, la risposta passa da alcune scelte non più rinviabili. Bisogna conoscere davvero i propri numeri e smettere di vendere camere senza sapere quanto costano, riducendo la dipendenza commerciale da canali che portano volume ma assorbono valore. È necessario costruire prodotti più coerenti con i segmenti di domanda, evitando offerte generiche che parlano a tutti e convincono pochi e lavorare soprattutto sulla destinazione perché un albergo isolato in un territorio debole fatica il doppio. Lasciatemi sottolineare comunque,  un elemento importante, forse quello più importante: investire sulle persone perché nessuna tecnologia sostituisce un’accoglienza competente, motivata e consapevole.

La nuova stagione dell’ospitalità italiana dovrebbe partire dal coraggio di affiancare ai dati turistici una lettura economica più seria poiché la forza di un settore non si misura solo da quante persone arrivano ma quante imprese riescono a restare sane e contribuire davvero alla qualità delle destinazioni. Il resto è movimento, importante, certo, ma pur sempre movimento e un hotel, per continuare ad accogliere non ha bisogno solo di movimento: ha bisogno di equilibrio.

Autore

  • Mino Reganato si occupa di gestione del management e del marketing di strutture ricettive e tour operator da lungo periodo, vantando numerose esperienze in diverse località nazionali ed internazionali. 
    Amministratore di società operanti nel settore turistico-alberghiero ed in campo associativo nella sua lunga carriera ha partecipato a numerosi progetti per il destination management territoriale, disciplina di cui è anche formatore oltre ad aver ricevuto diversi premi nel settore turistico-alberghiero.
    Scrive articoli di approfondimento relativi al settore turistico e alberghiero per il suo blog Hotel & Tourism Management Group e occasionalmente per alcune testate giornalistiche online.

    Mino Reganato infine è a fianco delle strutture che hanno bisogno di un piano d'azione urgente (bassa occupazione, calo fatturato, costi fuori controllo).

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    "Il mio obiettivo? Portare l'hotel a standard operativi solidi, posizionamento chiaro, prezzi sostenibili e ricavi in crescita in 180 giorni".

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