Il mondo ha tirato un sospiro di sollievo, o almeno ha smesso di trattenere il fiato per un istante. Donald Trump ha messo in pausa il cronometro, concedendo due settimane di tregua, che sanno di tregua armata ma che, per ora, allontanano lo spettro del conflitto totale in Medio Oriente. Eppure, mentre a Washington e Teheran si gioca la partita a scacchi diplomatica, in Italia abbiamo passato le vacanze pasquali a giocare a “chi la spara più grossa” su mancanza di carburante e rischi di cancellazione voli.
Così abbiamo appena archiviato una Pasquetta segnata da titoli allarmistici: mentre gli italiani cercavano di godersi il primo sole, diversa stampa — anche parte di quella che dovrebbe avere ambizioni tecniche — ha pensato bene di interpretare i NOTAM di alcuni aeroporti come l’annuncio di un’imminente carestia energetica nazionale.
Per chi non mastica bollettini aeronautici: abbiamo trasformato una nota commerciale di un singolo fornitore (Air BP) in quattro scali del Nord, in un “fermi tutti, gli aerei sono a secco”. Un cortocircuito informativo che ha ignorato la realtà, vale a dire che gli altri fornitori erano operativi e che nessun volo è rimasto a terra per mancanza di cherosene, preferendo il brivido del clickbait. Cosa c’era di più facile che collegare dei razionamenti di carburante al mancato arrivo di Jet Fuel dallo stretto di Hormuz? Eppure tutti sanno che il carburante disponibile attualmente è stato acquistato con mesi di anticipo, che una eventuale crisi potrebbe esserci tra qualche mese, e ora con la riapertura dello Stretto non è certo scongiurata, ma proiettata decisamente più avanti.
L’incertezza che uccide i flussi
Ora, è evidente che è complicato prevedere il futuro e non sappiamo se stiamo andando verso una tregua duratura o se ci sarà un riacuirsi del conflitto, con tutte le conseguenze di una escalation. Ma intanto il turismo non si nutre solo di servizi, ma soprattutto di fiducia. In un clima geopolitico dove l’incertezza è già la norma, aggiungere il carico di un’apocalisse energetica domestica è pura follia, perchè quello che succede subito dopo è:
- L’utente vede il titolo sul “carburante finito”.
- Il dubbio si insinua: “E se poi non riesco a tornare?”.
- Risultato: la prenotazione per il ponte del 25 aprile o del 1° maggio viene congelata o cancellata.
Non c’è verso che il turismo si rialzi se ogni volta che un ingranaggio tecnico cigola, noi urliamo al crollo dell’intera macchina.
Il paradosso degli editori: click oggi, fame domani
Qui arriviamo al punto dolente: inseguire il sensazionalismo per racimolare qualche centinaio di click in più è una strategia miope, quasi suicida. Sappiamo tutti come funziona la catena alimentare dell’economia: in tempi di crisi, la prima voce di spesa che le aziende tagliano è la comunicazione. Se, a forza di gridare al lupo, contribuiamo a svuotare gli alberghi e a fermare i voli, stiamo letteralmente prosciugando il budget pubblicitario che tiene in vita i giornali stessi. È un autogol clamoroso.
E quindi sarebbe utile un ritorno all’obiettività. Ora che abbiamo quindici giorni di tregua internazionale, usiamoli per fare informazione seria, non per inventare crisi di carburante basate su note di servizio decontestualizzate. Il settore ha bisogno di professionisti che sappiano distinguere un problema logistico da una catastrofe sistemica. Perché se continuiamo a paventare cancellazioni e impossibilità a partire, il turismo non morirà per la guerra in Medio Oriente, ma per eccesso di ansia editoriale. E a quel punto, non ci sarà ultimatum di Trump che tenga.

