Il costo della felicità: l’indebitamento da vacanza come strategia contemporanea di benessere

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In un tempo in cui il concetto di benessere ha assunto una centralità assoluta nelle dinamiche sociali e personali, la vacanza ha progressivamente abbandonato la dimensione del lusso per collocarsi nella sfera della necessità. Il viaggio, l’evasione, la pausa rigenerante non rappresentano più solamente un premio al lavoro svolto ma un elemento fondante della salute mentale, della coesione familiare, della capacità di affrontare il quotidiano. In tale contesto, il crescente ricorso all’indebitamento per finanziare il tempo libero e il turismo personale si configura come un fenomeno che merita un’analisi priva di pregiudizi, lontana dalle letture puramente moralistiche o contabili, e più vicina alle logiche di una società che muta e si adatta. Il dato iniziale da considerare è che una quota significativa della popolazione italiana non possiede risorse liquide sufficienti per permettersi una vacanza tradizionale!

Secondo le più recenti indagini, circa un terzo delle famiglie a basso reddito non è in grado di sostenere la spesa di una settimana fuori casa eppure, nello stesso tempo, si osserva un’espansione dell’offerta di prestiti finalizzati, dilazioni di pagamento, formule di credito al consumo orientate proprio al comparto turistico. Vacanze a rate, pagamenti posticipati, finanziamenti senza anticipo: strumenti che in altri ambiti sarebbero considerati opzioni secondarie, diventano soluzioni primarie per un bisogno che è ormai interiorizzato.

L’indebitamento per le vacanze dunque, non può più essere letto unicamente come un’espressione di superficialità o consumo irresponsabile, esso è invece la risposta concreta a una domanda di benessere che non trovando riscontro in un’equità redistributiva o in politiche pubbliche di sostegno al turismo sociale, si orienta verso il mercato finanziario. A fronte di un crescente disagio lavorativo, di livelli di stress elevati, di una precarietà esistenziale che intacca anche le relazioni familiari, il bisogno di una pausa significativa viene percepito come irrinunciabile. In questa chiave, il debito non rappresenta una fuga dalla realtà, ma piuttosto un ponte per raggiungere una condizione psicologica di equilibrio, spesso essenziale per ripartire.

Le motivazioni alla base di questa scelta sono molteplici e stratificate. Esistono spinte legate alla dimensione familiare – la volontà di offrire ai figli esperienze formative, il desiderio di non apparire esclusi dai riti collettivi del tempo libero, così come componenti emotive, relazionali, simboliche. La vacanza diventa uno strumento per affermare la propria normalità, per rivendicare una forma di dignità sociale che passa anche attraverso il tempo dedicato a sé stessi, si tratta di un investimento, non soltanto in senso economico, ma esistenziale. Il sacrificio finanziario è compensato da un beneficio psicologico che, nella percezione di molti, è superiore alla fatica del rimborso.

Dal punto di vista della psicologia comportamentale, numerosi studi confermano che il solo pensiero di una vacanza genera un innalzamento dei livelli ormoni legati al piacere e alla motivazione. La programmazione del viaggio attiva aree cerebrali connesse all’aspettativa positiva, mentre l’esperienza vissuta, se gratificante, contribuisce alla riduzione del cortisolo, l’ormone dello stress. In altre parole, la vacanza non è soltanto tempo libero: è tempo terapeutico, tempo rigenerativo, tempo identitario e se le risorse non lo permettono, ecco che il credito interviene come mediatore tra la realtà e il desiderio, tra il limite materiale e l’aspirazione a una migliore qualità della vita.

Questo scenario si arricchisce ulteriormente se si osserva il ruolo della comunicazione e del marketing turistico. Da anni ormai, il messaggio veicolato dalle campagne pubblicitarie è centrato sulla legittimazione della vacanza come diritto: “Hai lavorato duramente, te lo meriti”, “Crea ricordi che durano per sempre”, “Dona un sorriso ai tuoi cari”. Il turismo, soprattutto quello esperienziale, viene promosso come un percorso verso la felicità ed in tale narrazione, l’indebitamento diventa implicitamente autorizzato, se non addirittura incoraggiato. Le agenzie di viaggio, i tour operator e le piattaforme digitali offrono pacchetti completi con opzioni di pagamento frazionato, contribuendo alla diffusione del messaggio secondo cui “il benessere non può aspettare”.

Il rischio, tuttavia, è che questa normalizzazione del debito per fini ricreativi si trasformi in una deriva. La ripetitività del comportamento, la sottovalutazione dell’impatto economico nel medio-lungo periodo, la somma di piccoli prestiti che diventano un’unica grande esposizione, possono condurre al sovraindebitamento. Il confine tra debito funzionale e debito patologico è sottile, e spesso viene oltrepassato inavvertitamente, specialmente in contesti dove mancano strumenti di educazione finanziaria diffusa ed in questo senso, la dimensione culturale del fenomeno non può essere trascurata. In molte famiglie italiane, la vacanza rappresenta un elemento di identità collettiva, una sorta di “prova” di appartenenza sociale. Non partire diventa quasi una sconfitta personale, un motivo di vergogna o di disagio ed ecco che il debito, anche se gravoso, viene scelto per evitare l’esclusione simbolica.

I numeri, a conferma di quanto detto, mostrano una tendenza chiara: nel 2024, oltre il 19% degli italiani ha ricorso a strumenti di credito per sostenere le spese legate alle ferie. Un dato in costante crescita, che coinvolge prevalentemente la fascia tra i 30 e i 50 anni, ovvero soggetti in piena età lavorativa, spesso con figli e ciò che sorprende è che una larga maggioranza di chi ha optato per questa soluzione dichiara, a posteriori, di non pentirsene. L’esperienza della vacanza è stata talmente benefica da giustificare pienamente l’esborso dilazionato: è qui che il concetto di “debito sano” trova una sua legittimità. Quando il credito è consapevole, proporzionato, finalizzato al benessere, esso può avere una funzione sociale positiva.

Ma se vogliamo che questo equilibrio venga mantenuto, occorre che le istituzioni prendano parte attiva al discorso. Il diritto alla vacanza non dovrebbe essere garantito solo dal mercato finanziario, ma anche da politiche pubbliche mirate. Il turismo sociale, i voucher per famiglie numerose o in difficoltà economica, le agevolazioni per soggiorni educativi o terapeutici potrebbero rappresentare soluzioni concrete per rendere più equa l’accessibilità al tempo libero. Non si tratta di assistenzialismo, ma di una visione moderna del welfare, in cui la salute mentale e la qualità della vita sono riconosciute come elementi strutturali dello sviluppo umano.

In una società dove il tempo è sempre più frammentato, il lavoro spesso precario e la pressione sociale intensa, la vacanza assume il valore di un rito laico, di un balsamo necessario, di uno spazio di resistenza e se per ottenerlo si fa ricorso a un prestito, forse il vero problema non è il debito, ma l’assenza di alternative.

Autore

  • Mino Reganato si occupa di gestione del management e del marketing di strutture ricettive e tour operator da lungo periodo, vantando numerose esperienze in diverse località nazionali ed internazionali.  Amministratore di società operanti nel settore turistico-alberghiero ed in campo associativo nella sua lunga carriera ha partecipato a numerosi progetti per il destination management territoriale, disciplina di cui è anche formatore oltre ad aver ricevuto diversi premi nel settore turistico-alberghiero. Scrive articoli di approfondimento relativi al settore turistico e alberghiero per il suo blog Hotel & Tourism Management Group e occasionalmente per alcune testate giornalistiche online.

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