Alla fine, il sipario si è alzato. E, incredibilmente, tutto ha funzionato. Ieri sera, mentre il mondo guardava l’Italia con quel misto di ammirazione e scetticismo che ci riservano sempre quando organizziamo qualcosa di mastodontico, Milano e Cortina hanno risposto con l’unica moneta che non svalutiamo mai: la bellezza.
La cerimonia di apertura dei XXV Giochi Olimpici Invernali, la prima “diffusa” della storia (un eufemismo elegante per dire che abbiamo spalmato l’evento su 22.000 chilometri quadrati), è stata un esercizio di stile firmato Marco Balich. Il tema scelto, “Armonia”, poteva sembrare un azzardo vista la cacofonia di polemiche sui ritardi dei lavori e sui costi (schizzati oltre i 6 miliardi complessivi ), ma lo show ha saputo tenere insieme tutto: la moda di Milano e le Dolomiti, la trap di Ghali e la lirica di Bocelli, il futuro e la nostalgia.
Due stadi, un solo show (e un budget da 68 milioni)
Diciamolo subito: al di là della retorica di essere stati i primi a farlo, organizzare una cerimonia in due luoghi distanti 400 chilometri, più Livigno e Predazzo, è un incubo logistico che forse davvero solo noi potevamo inventarci. Eppure, il “dialogo” tra San Siro e lo stadio di Cortina ha retto. Costata circa 68 milioni di euro (il 4% del budget operativo dei Giochi ), la cerimonia ha evitato il gigantismo inutile per puntare su un’eleganza narrativa molto italiana.
A San Siro, trasformato per l’occasione in un museo vivente, il segmento “Italian Armonia: Beauty” ha fatto quello che sappiamo fare meglio: citare noi stessi senza sembrare vecchi. Le sculture di Canova che prendono vita sulle coreografie di Riva & Repele e i solisti della Scala Antonella Albano e Claudio Coviello hanno ricordato ai 75.000 spettatori (paganti dai 260 ai 2.026 euro ) perché siamo ancora il Belpaese
Tra Raffaella Carrà e il “Time Travel”
Lo show ha avuto i suoi picchi pop: il segmento “Fantasy” è stato un tripudio di colore: vedere San Siro ballare su un tributo a Raffaella Carrà, icona che ha rivoluzionato il nostro show business, è stato un colpo di genio nazional-popolare.
Molto interessante, e tecnicamente ineccepibile, il segmento “Time Travel”: un musical che ha condensato 100 anni di Olimpiadi invernali, da Chamonix 1924 a oggi. Un modo intelligente per non parlare solo di futuro, ma per storicizzare l’evento, accompagnato da un cast variegato che ha visto alternarsi sul palco talenti come Matilda De Angelis, Sabrina Impacciatore e Pierfrancesco Favino. E poi la musica: da Andrea Bocelli a Ghali, passando per il pianoforte di Lang Lang, la voce di Mariah Carey (sì, c’era anche lei, a ricordarci che il budget per le star c’era) e l’inno nazionale reinterpretato da Laura Pausini, col vantaggo che Mameli, rispetto a Grignani, non potrà risentirsi pubblicamente.
La parata diffusa e il cuore che batte in quattro luoghi
La Parata degli atleti ha confermato l’intuizione più radicale di questa cerimonia: spostare il centro emotivo dei Giochi da un solo stadio a un intero territorio. A Milano, Livigno, Predazzo e Cortina le delegazioni hanno sfilato “in parallelo”, connesse da una regia serrata che ha trasformato la geografia olimpica in un unico palcoscenico televisivo. La Grecia in apertura, l’Italia in chiusura, come da liturgia del Cio, ma con una novità sostanziale: ogni squadra con due portabandiera, uomo e donna, mentre la delegazione azzurra ha potuto schierarne quattro, divisi fra San Siro e Cortina, a rimarcare la centralità del tema della parità di genere.
Il colpo d’occhio in tv ha funzionato: drappi, inquadrature alternate, il Tricolore che rimbalza tra pianura e Dolomiti. Certo, si perde qualcosa della “massa compatta” delle sfilate tradizionali, ma si guadagna ritmo e si dà dignità scenica anche ai luoghi di gara più periferici – un messaggio coerente con l’idea di Olimpiade policentrica che Milano Cortina ha venduto al mondo. Unica nota stonata, forse, i telecronisti televisivi della rai, più abituati a commentare imprese sportive che eventi mondani.
I discorsi ufficiali: pace, tregua, armonia
Il momento protocollare ha preso il centro della scena dopo la parata, quando sul palco sono saliti Giovanni Malagò e Kirsty Coventry. I loro interventi hanno insistito con forza su due parole chiave: pace e unità. Malagò, da presidente del Comitato Organizzatore, ha rivendicato il carattere “pionieristico” di Milano Cortina 2026, un’Olimpiade “dei territori” capace di unire luoghi, persone e culture “nel segno universale dello sport”, definendo i Giochi “fonte d’orgoglio per l’Italia intera”. Coventry, alla guida del Cio, ha legato il tema della serata – “Armonia” – al bisogno di un mondo lacerato dai conflitti di ritrovare “un linguaggio comune” attraverso lo sport, ricordando che la cerimonia diffusa tra Milano, Cortina e le venue è “un simbolo vivente di unità nella diversità”.
Sul fondale, la bandiera olimpica scortata da attivisti per la pace a Milano e da due figure simboliche dello sport a Cortina, mentre l’Inno olimpico risuonava in simultanea, eseguito a San Siro da una soprano con il Coro di Voci Bianche della Scala. L’ambasciatore di pace ha introdotto la lettura di “Promemoria” di Gianni Rodari, mettendo nero su bianco il rifiuto della guerra, prima che venisse celebrata la Tregua olimpica, cornice simbolica in cui i Giochi si impegnano a sospendere – almeno nello spirito – i conflitti.
In questo contesto, il ruolo di Sergio Mattarella è stato più forte proprio perché essenziale. Il Presidente non ha tenuto discorsi; ha lasciato che fossero lo show e la voce degli altri a parlare. È arrivato a San Siro in tram, a bordo di un convoglio speciale guidato da Valentino Rossi, facendo volutamente a meno di qualsiasi ostentazione di potere: un capo dello Stato in mezzo alla città, non sopra di essa. Poi, dal palco d’onore, ha pronunciato la formula che conta davvero: la dichiarazione ufficiale di apertura dei Giochi. Gesto breve, simbolico, più in linea con l’idea di un Presidente garante che con quella di un protagonista dello spettacolo. In una serata che celebrava l’“Armonia”, Mattarella è stato il perno silenzioso: ha tenuto insieme istituzioni, sport e piazza senza rubare la scena.
Il viaggio della fiamma: da San Siro alle strade di Milano
Da qui in poi, la protagonista assoluta è diventata la Fiamma olimpica. Il suo percorso finale a Milano ha avuto il pregio di parlare a pubblici diversi, mescolando nostalgie calcistiche, gloria azzurra e sport al femminile. A San Siro, sulle note di “Nessun dorma” cantata da Andrea Bocelli, sono entrati i primi due tedofori “emotivi” della serata: Franco Baresi e Beppe Bergomi. Ex capitani di Milan e Inter, icone di uno stadio che da decenni vive diviso in due colori, hanno portato insieme la fiaccola sul prato del Meazza, restituendo per una notte un’immagine di conciliazione tra le anime calcistiche della città.

La torcia è poi passata alle campionesse della nazionale di pallavolo, in un omaggio chiaro al movimento che negli ultimi anni ha portato in Italia trofei e pubblico con Paola Egonu e Anna Danesi. Il passaggio di mano dalle leggende del calcio maschile alle stelle del volley femminile è stato uno dei momenti più riusciti sul piano simbolico: generazioni e discipline diverse a cucire un filo comune, mentre la Fiamma lasciava lo stadio per dirigersi verso il centro città.
Fuori, la regia ha spostato il racconto sul Parco Sempione e sull’Arco della Pace, vero punto d’arrivo del percorso milanese. Qui la torcia è stata affidata prima a altri grandi nomi degli sport invernali (tra cui Gerda Weissensteiner, Manuela Di Centa ed Enrico Fabris, secondo le ricostruzioni delle cronache sportive ), poi ai due volti scelti per incarnare l’epica dello sci azzurro: Deborah Compagnoni e Alberto Tomba. I due campioni hanno acceso insieme il braciere all’Arco della Pace, in un’immagine costruita su misura per il prime time: le fiamme che salgono sullo sfondo del monumento neoclassico, mentre la folla assiepata nel parco saluta con un boato.

Cortina: Thoeni consegna il testimone a Goggia
In parallelo, a Cortina d’Ampezzo andava in scena il controcampo dolomitico della stessa storia. In piazza Dibona, a pochi passi dalle piste che hanno fatto la storia dello sci, il testimone è passato da Gustav Thöni a Sofia Goggia. Thöni, simbolo degli anni Settanta e dell’Italia che scopriva la neve in tv, ha portato la Fiamma fino al cuore della Regina delle Dolomiti, per poi consegnarla alla campionessa olimpica di discesa di PyeongChang 2018, già indicata come uno dei volti di Milano Cortina.
Goggia ha compiuto gli ultimi metri circondata dal pubblico, tra bandiere e telefonini alzati, prima di accendere il secondo braciere olimpico. Per la prima volta nella storia dei Giochi Invernali, due fuochi si sono accesi in simultanea in due città diverse, concepiti – come sottolineava il concept firmato Balich – come “due soli gemelli in costante dialogo”, pensati per custodire una fiamma “piccola ma potente, capace di raccogliere la sfida della sostenibilità”.
Nel momento in cui i bracieri di Milano e Cortina hanno preso vita, le luci e le coreografie di San Siro si sono riallineate sul motivo dell’“Armonia del futuro”, con il sole luminoso e le costellazioni umane a riempire il campo. La Fiamma, da semplice oggetto protocollare, è diventata metafora compiuta: un linguaggio universale che unisce città e montagne, passato e presente, memoria e responsabilità.

E mentre le note finali di Roberto Cacciapaglia chiudevano la serata, il messaggio era chiaro: la cerimonia ha fatto la sua parte. Ha acceso non solo i bracieri, ma un’aspettativa.
Il “sollievo” e la realtà
Mentre il braciere si accendeva – ispirato ai “Nodi” di Leonardo da Vinci, un tocco di classe indiscutibile – la sensazione prevalente non era solo l’orgoglio, ma il sollievo. Sollievo perché, nonostante i ritardi che hanno visto il 73% delle opere posticipate durante il 2025, la cerimonia ha nascosto la polvere sotto il tappeto rosso. Abbiamo visto l’Italia che ci piace: creativa, capace di gestire l’imprevisto, esteticamente superiore. Marco Balich ha confezionato un prodotto perfetto per la tv, un “armistizio” visivo che per tre ore ci ha fatto dimenticare le polemiche sulla pista da bob e sui costi extra.
Da oggi però si gareggia. E se l’Armonia è stata perfetta sul palco, ora speriamo che lo sia anche sulle strade e sulle piste. Perché le medaglie si vincono sulla neve, ma la faccia ce la giochiamo sull’organizzazione.

