Tra le proposte lanciate la scorsa settimana durante il Forum Internazionale del Turismo di Milano dal ministro Daniela Santanché c’è stata quella di rivedere il calendario scolastico per favorire la destagionalizzazione turistica. Un’operazione che punta a spostare il baricentro delle vacanze familiari per farne una leva strutturale di politica turistica. L’idea di fondo è semplice: tre mesi di stop estivo e una lunga pausa natalizia non sono più compatibili né con il mercato del lavoro né con un sistema turistico che dice di voler combattere l’overtourism, ma continua a concentrarsi in poche settimane all’anno.
L’idea concreta? Secondo le prime indiscrezioni sarebbe quella di iniziare a tagliare 10 giorni di vacanze estive, lasciando alle regioni la totale discrezione di riprogrammare quelle pause nell’arco dell’anno, come una “vacanza in autonomia” calibrata su esigenze locali e climi diversi.
Parlando al Forum, Santanchè ha spiegato che l’attuale concentrazione di tre mesi estivi e lunga pausa natalizia “non agevola il turismo”, rendendo l’Italia una destinazione stagionale e penalizzando famiglie e imprese. La proposta si inserisce in un dibattito nazionale avviato da tempo, che intreccia lavoro genitoriale, dispersione scolastica e capacità degli istituti di ospitare alunni nei mesi caldi – un tema su cui il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha già riflettuto in passato, con piani per scuole aperte in estate accolti tiepidamente dai docenti. Prossimo step: un incontro la prossima settimana tra i ministri per concretizzare, con focus su flessibilità regionale.
La proposta: meno estate, più pause durante l’anno
Chi vive sul mare potrebbe quindi lasciare invariato il calendario estivo, sfruttando il clima. Le regioni montane opterebbero per vacanze a febbraio o allungamenti natalizi, a sostegno della stagione sciistica. Zone collinari e interne recupererebbero giorni di svago in primavera o autunno, favorendo flussi turistici diffusi e destagionalizzati.
La ministra del Turismo immagina un calendario scolastico “europeo”, con vacanze più brevi ma distribuite lungo l’anno, e una sensibile riduzione del tradizionale trimestre estivo. Non esiste ancora un testo ufficiale, ma gli assi sono chiari: taglio alle lunghe vacanze d’estate, più finestre brevi in autunno, inverno e primavera, maggiore coordinamento con il dicastero dell’Istruzione.
I possibili benefici per il turismo interno e incoming
Per il turismo inbound, il cambio di calendario potrebbe avere effetti profondi, soprattutto sulle destinazioni oggi schiacciate dall’overtourism estivo e dalla bassa occupazione nel resto dell’anno.
I principali potenziali vantaggi:
- Destagionalizzazione reale dei flussi domestici
Con più pause scolastiche durante l’anno, le famiglie italiane potrebbero viaggiare in ottobre, febbraio o aprile, anziché concentrare tutto ad agosto. Per le destinazioni città d’arte, montagna e borghi sarebbe ossigeno puro: più pernottamenti nei periodi spalla, meno picchi ingestibili in alta stagione. - Migliore resa delle infrastrutture turistiche
Un flusso più distribuito aumenta il tasso di utilizzo annuale di hotel, seconde case, attrazioni culturali e parchi tematici. Significa meno personale stagionale “a singhiozzo”, più continuità contrattuale, ritorni sugli investimenti più prevedibili. In una parola: sostenibilità economica. - Riduzione della pressione sulle destinazioni iconiche
Roma, Firenze, Venezia, Costiera Amalfitana, grandi laghi: alleggerire i picchi di agosto permetterebbe una gestione più razionale di trasporti, servizi urbani e risorse ambientali. Meno “assalto” nelle settimane centrali, più programmazione, più spazio per promuovere mete alternative nelle finestre extra-estive. - Margini per politiche tariffarie più intelligenti
Se le famiglie potessero spostarsi anche in periodi oggi quasi deserti, tour operator, DMC e strutture ricettive avrebbero spazio per costruire prodotti scolastici e family-friendly in bassa stagione, con pricing meno schizofrenici rispetto al “tutto esaurito ad agosto, saldi il resto dell’anno”.
I vantaggi per il turismo outgoing
L’altro lato della medaglia è il turismo outgoing, tradizionalmente compresso in poche settimane d’estate e nel break natalizio, proprio mentre mezza Europa viaggia e alza i prezzi.
Un calendario diverso potrebbe:
- Aumentare l’accessibilità economica dei viaggi all’estero
Più ferie scolastiche in periodi “off-peak” significa poter comprare voli e pacchetti per capitali europee, lungo raggio e crociere in momenti di bassa domanda, con tariffe più basse e maggiore disponibilità di posti. Per le famiglie a reddito medio è una differenza sostanziale, non un dettaglio. - Allineare l’Italia ai tempi di viaggio del resto d’Europa
Molti Paesi europei hanno da tempo rotto il tabù dei tre mesi estivi: ciò consente ai loro cittadini di approfittare di promozioni e finestre stagionali specifiche (montagna in febbraio, city break in novembre, mare in fine primavera). Un’Italia sincronizzata su questi ritmi potrebbe inserirsi meglio nel flusso delle offerte e delle collaborazioni internazionali. - Favorire la programmazione di viaggi educativi e sportivi
Mini-break autunnali e invernali sono ideali per scambi scolastici, camp sportivi, viaggi studio, esperienze immersive a tema linguistico o culturale. Un settore, quello dei viaggi educational, che vive proprio di queste finestre intermedie e che oggi, con il calendario italiano, deve giocare sostanzialmente tutto su primavera e inizio estate.
Pro, contro e le resistenze
Dal punto di vista del turismo, la logica della proposta è cristallina: se sposti il calendario dei ragazzi, sposti l’inerzia delle famiglie e quindi la curva della domanda. Il problema è che la scuola non è (solo) un generatore di flussi turistici e la reazione del mondo educativo lo ricorda molto bene.
I principali pro sul tavolo:
- Più equilibrio tra alta, media e bassa stagione, con ricadute positive sulla redditività annuale delle imprese.
- Maggiore accessibilità ai viaggi per le famiglie, grazie a prezzi medi più bassi e minore congestione.
- Opportunità per un turismo più esperienziale e meno “mordi e fuggi”, distribuito su più periodi.
I principali contro invece sarebbero:
- Il nodo climatico: si chiede alla scuola di restare aperta in mesi sempre più caldi, spesso in edifici senza climatizzazione adeguata.
- La gerarchia delle priorità: dirigenti e docenti percepiscono la mossa come un mettere il turismo davanti a problemi strutturali
- La complessità organizzativa: trasporti, mense, contratti del personale, calendari regionali differenziati: non si spostano le settimane di vacanza solo con un comunicato stampa.
Il rischio politico è quello di trasformare una riflessione legittima su destagionalizzazione e competitività turistica in una guerra di religione tra “scuola” e “vacanze” con rischio scioperi a difesa di posizioni o privilegi.
Cosa si potrebbe fare (davvero) guardando all’Europa
Se si sposta per un attimo lo sguardo dal teatrino politico e lo si porta sui modelli europei, il quadro è meno ideologico e più pragmatico.
Alcune possibili linee di lavoro:
- Accorciare l’estate, senza toccare i giorni di lezione
Mantenere il monte ore annuale, riducendo il buco continuativo estivo a 6–8 settimane e recuperando giorni in autunno e fine inverno. È lo schema di base di molti Paesi europei. - Introdurre una vera “vacanza d’autunno” nazionale
Una pausa breve (per esempio una settimana a fine ottobre/inizio novembre) che consentirebbe alle famiglie di viaggiare in un momento oggi quasi inutilizzato dal turismo domestico, soprattutto in città d’arte e borghi. - Rafforzare il break invernale legato alla montagna
Una finestra definita a febbraio, modulabile per aree geografiche, potrebbe sostenere la stagione sciistica, oggi in sofferenza per il clima e la concorrenza estera, con prodotti dedicati alle scuole e alle famiglie. - Dare flessibilità regionale legata al clima
Nord e Sud Italia non hanno le stesse condizioni meteo: un modello con cornice nazionale e margini di adattamento regionale – purché il numero di giorni di scuola resti identico – permetterebbe di evitare lezioni in condizioni climatiche estreme. - Legare il calendario a investimenti strutturali
Parlare di “più scuola a giugno” senza piani seri per climatizzazione, adeguamento energetico degli edifici e servizi collaterali significa condannare la riforma al rigetto. Il settore turismo ha tutto l’interesse a spingere perché la partita si giochi anche su questo terreno.
Per il turismo italiano, incoming e outgoing, una revisione intelligente del calendario scolastico sarebbe una delle poche vere misure strutturali di destagionalizzazione possibile nel medio periodo. Il punto non è se convenga al settore: è evidente che sì. La domanda è se il Paese è disposto a trattare scuola e turismo come parti di una stessa strategia di sviluppo, e non come due mondi separati che si parlano solo quando c’è da litigare sulle vacanze e sui viaggi d’istruzione.

