AIAV, Associazione Italiana Agenti di Viaggio, interviene nel dibattito aperto dal Forum Internazionale del Turismo di Milano sul riconoscimento del turismo come industria. Una definizione che ha suscitato perplessità in una parte del settore, soprattutto per un comparto tradizionalmente associato all’esperienza, alla personalizzazione e alla dimensione dei servizi.
Secondo AIAV, il tema non è tanto semantico quanto sostanziale. L’Italia continua a essere una delle destinazioni più amate al mondo, capace di esercitare un richiamo emotivo profondo e duraturo. Questo consenso, però, non si traduce in modo automatico in una posizione di vertice nelle classifiche internazionali dei Paesi più visitati. A pesare sono criticità strutturali ormai evidenti: difficoltà nella gestione dei flussi, concentrazione della domanda in poche aree e periodi dell’anno, perdita di qualità dell’esperienza e ostacoli persistenti alla destagionalizzazione.
«Sono segnali di un sistema che non può più affidarsi solo all’eccellenza spontanea», osserva Fulvio Avataneo, presidente di AIAV. «Occorrono metodo, organizzazione e una responsabilità condivisa tra gli attori della filiera».
In questa prospettiva, parlare di turismo come industria non significa evocare modelli di serialità o standardizzazione dell’offerta, ma descrivere un sistema capace di funzionare in modo coordinato. Un approccio che consenta di facilitare il lavoro degli operatori, garantire standard qualitativi elevati e rafforzare la capacità di comprendere, monitorare e anticipare l’evoluzione della domanda.
Un ruolo centrale è attribuito alla formazione, indicata da AIAV come una priorità non più rinviabile. Servono percorsi scolastici e professionali realmente aderenti alle esigenze del settore, in grado di sviluppare competenze operative e strategiche adeguate alla complessità del turismo contemporaneo.
«Gli eventi recenti hanno dimostrato come la carenza di competenze, a ogni livello, non produca effetti limitati», sottolinea Avataneo. «Quando mancano metodo, preparazione e consapevolezza, il danno non riguarda un singolo operatore o una singola destinazione, ma l’intero Paese, in termini di reputazione, affidabilità e qualità dell’esperienza offerta».
Allo stesso tempo, l’associazione ribadisce che la capacità di fare industria e filiera deve rimanere coerente con un modello di sviluppo rispettoso delle identità locali e del valore dei territori. Un’impostazione che tenga conto della specificità del turismo italiano, dove la dimensione diffusa e il principio del “piccolo è bello” rappresentano un elemento distintivo da tutelare, evitando derive che in altri contesti hanno portato a fenomeni irreversibili come la cementificazione e il consumo indiscriminato di suolo.
«L’Italia è il Paese dell’haute couture e del prêt-à-porter», conclude Avataneo. «Sa offrire l’eccellenza sartoriale così come prodotti più accessibili e standardizzati, ma sempre riconoscibili per stile, qualità ed eleganza. È questa la sfida anche per il turismo: fare industria senza perdere identità».

