In ricordo della scomparsa di Massimo Loquenzi, presidente di Visit Usa, riproponiamo il racconto di Roberta Nicosia del press tour verso Philadelphia, apparso su uno degli ultimi numeri cartacei di Qualitytravel e di cui Loquenzi è stato il massimo promotore

Il volo diretto da Milano, operato da Alitalia a bordo di un Airbus A330 di nuova generazione con tre classi di servizio, ci porta comodamente a New York, base di partenza per il nostro giro alla scoperta della East Coast.
Scegliamo due delle città più belle e interessanti della regione, subito a sud di New York, Philadelphia, recentemente inserita fra le World Heritage Cities, e Washington, la monumentale capitale degli Stati Uniti.
Due città diversissime fra loro ma unite dall’importanza storica che entrambe ricoprono per l’America, per l’atmosfera un po’ europea che si ritrova in alcuni quartieri e per il fatto di essere entrambe un must per gli amanti dell’arte e del buon cibo.

Ci fermiamo un paio di giorni a New York, perché è impossibile fare altrimenti quando si sa che ha appena aperto nel Meatpacking District
la nuovissima sede del Whitney Museum of American Art che si deve a Renzo Piano, un edificio imponente che offre alla vista facciate diverse sui vari lati: imponente la facciata verso l’Hudson, più leggera quella verso la città, con le sue terrazze degradanti da cui si ammira da una parte la Statua della Libertà, dall’altra la High Line, la ferrovia riconvertita in giardino aereo che è uno dei luoghi turistici più frequentati di New York.
E poi perché è impossibile non recarsi a Ground Zero, per scoprire che intorno al monumento dedicato alla tragedia del 9/11 – che ci lascia ammutoliti e commossi con le sue due piscine quadrate che sorgono dove una volta c’erano le fondamenta delle Torri Gemelle – è nato un quartiere sempre più vivace, dove la nascente stazione dei treni che porta il segno inconfondibile di Calatrava si staglia netta contro la parete scintillante della Freedom Tower, il più alto grattacielo dell’emisfero occidentale, da cui si gode un panorama imperdibile su tutti i distretti di New York. La sua altezza non è casuale: 1776 piedi, a ricordare l’anno della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti. Firmata dove? Ma a Philadelphia, naturalmente!
Ed è proprio venuto il momento di saltare sul treno Amtrak a Penn Station per raggiungere in poco più di un’ora Philadelphia, che tra i suoi atout ha proprio quello di essere in posizione strategica a metà strada fra New York e Washington, velocemente raggiungibile da entrambe le metropoli. Ma proseguiamo con ordine.

Philadelphia

TRA STORIA E CULTURA

Momento magico per Philadelphia, assurta alla ribalta l’anno scorso in occasione della visita del Papa; all’inizio di novembre, infatti, è diventata la prima e unica città americana Patrimonio dell’Umanità per il suo impegno nel preservare l’eridità storico e culturale della Nazione, condizione cui si accede solo se si è sede di un World Heritage Site dell’Unesco.
Ed è questo il caso della Independence Hall, l’edificio dove nel 1776 fu firmata la Dichiarazione d’Indipendenza, meta incessante di visitatori stranieri ed americani, per i quali questa città ha davvero un significato particolare. Ed è proprio dall’Independence National Historical Park che parte normalmente la visita della città, perché qui, nel miglio più storico d’America, si concentrano tutti gli edifici che hanno fatto la storia degli Stati Uniti, dal National Constitution Center alla Carpenter’s Hall, e poi musei come quello dedicato a Benjamin Franklin, di sicuro uno dei più illustri cittadini di Philadelphia, o la Betsy Ross House dove si dice fu cucita la prima bandiera americana, fino alla celeberrima Liberty Bell che simboleggia per tutti gli americani la democrazia, la libertà, la giustizia.
Per chi vuole soggiornare qui, nel cuore di Old City, un piccolo hotel 4 stelle affacciato sul fiume Delaware offre una cinquantina di camere deco rate nello stile dell’epoca. Non lasciatevi ingannare dall’entrata, relativamente piccola perché si tratta di un edificio storico: qui si dorme fra le lenzuola più morbide che mi sia mai capitato di trovare, in letti alti e comodi che sono il vero atout di questo albergo gestito da una famiglia italiana. Il nome? Penn’s View, perché sorge proprio sul luogo dove è sbarcato nel 1682 il fondatore della città, William Penn, un quacchero inglese in cerca di un luogo dove tutte le credenze religiose fossero rispettate, e le diede il nome di città dell’amore fraterno, Philadelphia appunto.

Per rimanere in tema, e in zona, pranzo alla City Tavern, un edificio del 1773 che ospita lo storico ristorante di Walter Staib, dove camerieri in abiti d’epoca ci servono un pasto abbondante ispirato alle ricette del ’700, innaffiato da birre artigianali.
Nella grande Ballroom del piano superiore, perfetta per eventi a tema e cene di gala, si riunivano già i Padri Fondatori.

Ma se non si può prescindere dal ruolo fondamentale che questa città ha giocato nella storia degli Stati Uniti, non è stata questa la ragione principale della mia visita, per cui decido di dedicare la maggior parte del tempo a girare senza meta nei suoi diversi quartieri.

Pioniera in questo campo, Philly, come viene comunemente chiamata, ha fondato nel lontano 1984 il Mural Arts Program, a dimostrazione della volontà della città di incanalare verso progetti costruttivi l’energia creativa dei giovani writers. Ancora oggi Spring Garden Street, con la vicina Callowhill Street, è una delle zone a più alto tasso di creatività di questa città che si può definire una galleria d’arte a cielo aperto. E alla street art Philadelphia ha dedicato l’intero mese di ottobre, con performance dal vivo, incontri e nuove opere d’arte, e così abbiamo avuto la fortuna di incontrare mentre stava terminando uno dei suoi inconfondibili murales, Shepard Fairey, uno dei suoi più famosi interpreti, divenuto famoso nel 2008 per il ritratto di Barak Obama con la scritta Hope. Tour guidati portano a scoprire i quasi 4.000 graffiti che rivestono le facciate di edifici degradati o muri abbandonati, ma preferiamo girare senza meta, approfittando magari del giro sul Big Bus, che permette di salire e scendere a piacimento nei punti più interessanti della città.
Ed è così che in South Street, un quartiere che sembra uscito dal sogno visionario di un bambino, ci imbattiamo nel regno di Isaiah Zagar, un arzillo e sorridente ultrasettantenne che da più di 14 anni si è dedicato a decorare tutti (o quasi) i muri della zona con le sue opere d’arte immaginifiche e poetiche, create con materiale da recupero, piastrelle, bottiglie di vetro, ruote di bicicletta. I suoi Magic Gardens – che ricordano per le esplosioni di colore il Parc Guell di Gaudì – sono uno dei luoghi più incredibili che questa città così eclettica regala ai suoi visitatori, uno scrigno di tesori sconosciuto al grande pubblico.

In centro invece campeggiano la famosissima opera di Robert Indiana, Love – diventata il simbolo della città – e la gigantesca Clothespin di Claes Oldenburg (la “molletta da bucato” che in realtà si ispira alla scultura di Brancusi The Kiss) che sorge a pochi passi dalla City Hall, splendido edificio sovrastato dalla statua di William Penn.
Siamo nel cuore della città, nella zona di Broad Street conosciuta con il nome di Avenue of the Arts, dove ci affascina l’avveniristico Kimmel Centre for the Performing Arts, con la sua volta di vetro e il giardino pensile. Qui si esibisce l’acclamata Philadelphia Orchestra, che negli anni Ottanta fu diretta da Riccardo Muti.

Dalla parte opposta del municipio, il Reading Terminal Market, istituito nel 1892, è il più antico mercato coperto della nazione, sempre affollatissimo. 80 banchi alimentari per la spesa e ristoranti che offrono tutte le specialità del mondo, per un tour culinario che va dalla cucina della vicina contea Amish ai frutti di mare, dal cibo Thai a quello cinese.

È il momento di dedicarsi all’arte con la A maiuscola perché la città è ricca di musei imperdibili, quasi tutti riuniti lungo la Benjamin Franklin Parkway, un viale alberato fiancheggiato da edifici neoclassici dove si concentrano alcune delle più importanti istituzioni culturali della città, tra cui la Free Library, il Franklin Institute Science Museum, e il Museo Rodin, con la celebre statua del pensatore, la più grande collezione fuori dalla Francia dell’illustre scultore.
Discorso a parte merita il Philadelphia Museum of Art – ai più noto soprattutto per la celebre scalinata percorsa da un giovane Silvester Stallone in Rocky – che custodisce capolavori di Renoir, Cèzanne, Monet, Picasso, Matisse, e Duchamp, ma anche Brancusi, Roy Lichenstein, Anish Kapoor, oltre a uno dei cinque dipinti della serie dei Girasoli di Van Gogh, che come sempre ci lascia senza fiato.
Sullo stesso viale sorge anche l’edificio moderno che dal 2012 ospita la Barnes Foundation, la collezione privata di opere impressioniste e postimpressioniste più grande del mondo che – dopo anni di contrasti e polemiche – ha lasciato il suo sito originario a Merion a una dozzina di km da Philadelphia. Affascinante il contrasto fra le linee pulite dell’esterno e il suo interno che ricrea gli stessi identici ambienti della location originaria.
Il lascito di Barnes prevedeva che le opere da lui collezionate a partire dal 1912 – tra cui 181 dipinti di Renoir, 69 di Cézanne, 59 Matisse, 46 Picasso, 16 Modigliani e 7 Van Gogh – non venissero mai rimosse dal sito originario, ma lo spostamento della collezione nel cuore del distretto museale della città ha fatto sì che in soli tre anni sia stato raggiunto l’incredibile numero di un milione di visitatori, proprio il giorno dopo la mia seconda emozionante visita alla collezione. La prima fu a Merion.
Ultimo appuntamento con l’arte al PAFA, la Pennsylvania Academy of the Fine Arts, una delle più illustri accademie degli Usa che è allo stesso tempo un museo conosciuto per le sue collezioni di pittori americani del XIX e XX secolo.
All’esterno, proprio di fronte alla seconda entrata del Convention Center, campeggia un gigantesco pennello che sembra sfidare la gravità, il Paint Torch di Claes Oldenburg.
Abbiamo avuto l’opportunità di visitare il PAFA insieme al Console Generale d’Italia, Andrea Canepari, nell’ambito della manifestazione Ciao Philadelphia da lui voluta e organizzata per celebrare l’importanza del contributo culturale ed economico italiano alla città, con eventi a tema, conferenze, concerti e degustazioni che hanno riunito la numerosa comunità dei nostri connazionali.

IL LATO GASTRONOMICO

E proprio con due nostri compatrioti cominciamo il tour alla scoperta delle identità golose della città, non a torto considerata una della capitale gastronomiche dell’America.
Originari dell’Aquila, Michele Morelli e Stefano Biasini hanno dovuto abbandonare il loro storico caffè in piazza Duomo a causa del devastante terremoto del 2009, ma l’incontro con Riccardo Longo, imprenditore italoamericano, ha permesso loro di realizzare un sogno: quello di ricostruire qui lo storico Gran Caffè l’Aquila, bar e ristorante che è diventato rapidamente il punto di incontro di tutta la comunità italiana, composta in larga maggioranza proprio da abruzzesi che vengono a gustare i tagliolini al gelato di tartufo bianco di Biasini, o semplicemente a bere il miglior caffè italiano della città.
Squisito anche il breakfast di High Street on Market, nel cuore di quella Old City che Ellen Yin, la proprietaria sino-americana, ha contribuito a rivitalizzare agli inizi del duemila con l’apertura del contiguo Fork, uno dei ristoranti più acclamati della città. I due locali – regno dello chef olandese Eli Kulp, dichiarato uno dei migliori nuovi chef dal Food & Wine Magazine condividono le cucine dove vengono sfornati il pane, i croissant e i bagels a base di prodotti della regione esclusivamente organici, perché la parola d’ordine di Ellen da sempre è “local”.
Imperdibili il Red Eye Danish, un croissant riempito di crema di caffè con bacon e pecorino, e lo yogurt allo zenzero con pistacchi, fettine di mela e miele al cardamomo. Un locale così piacevole che decido di tornare anche per il lunch!
Tra i dieci ristoranti firmati Stephen Starr – una vera celebrità con locali famosi nel mondo come il fusion Buddakan e il giapponese Morimoto – scegliamo il Parc, elegante ristorante francese in Rittenhouse Square, una delle zone più chic della città insieme alle vicine Chestnut e Walnut street. Dalla parte opposta della piazza, Hiroyuki Tanaka, uno dei più venerati chef della città, propone i suoi celebri sushi allo Zama, mentre per una cucina fusion scelgo il Sampan dello chef Michel Schulson, che è allo stesso tempo ristorante, locale per aperitivi, bar open air e spazio per eventi.
Dopo cena una passeggiata nel quartiere mi porta al Time, locale dove suona una band dal vivo, per concludere in uno dei tanti speakeasy bar, locali apparentemente anonimi e senza insegna in cui puoi entrare solo se sei accompagnato da qualcuno. Noi veniamo invitati al Ranstead Room, locale piccolo e d’atmosfera dove brindiamo a Philly, che – come dice Brian
Said, direttore esecutivo del turismo del Philadelphia Convention & Visitors Bureau – non è da interpretare solo come una metropoli seria e compassata, ma da vivere come una città sempre più vivace e dinamica, giovane e trendy, decisamente “sexy”. Venire per credere.

PERCHÉ SCEGLIERE PHILADELPHIA?

Ne parliamo con Jack Ferguson, dal 2002 al Philadelphia Convention & Visitors Bureau, e presidente e CEO fino a dicembre 2015, quando è andato in pensione (dal primo gennaio ha preso il suo posto Julie Coker Graham) che mi riceve nel nuovi uffici dell’Ente.
Abituato ad accogliere Presidenti degli Stati Uniti, Ferguson ritiene che niente sia stato paragonabile all’impatto che ha avuto la visita di Papa Francesco a fine settembre, che ha tra l’altro dimostrato la fantastica capacità organizzativa della città quando si tratta di un evento che coinvolge migliaia di persone e problemi di sicurezza.
Ferguson pone l’accento sulla posizione strategica di Philadelphia, con il 40% della popolazione degli Usa a un giorno di guida in auto, sulla facilità di accesso, a un’ora e 30 da New York e due ore da Washington in treno, sulla presenza di poli di ricerca nel campo della medicina e delle biotecnologie, che attraggono numerosissimi congressi medici e farmaceutici, e sul fatto che, proprio nel cuore della città sorge il Pennsylvania Convention Center – PCC, recentemente ampliato. Con l’aggiunta di 5 nuove hall, costate 36 mesi di lavori, ha raggiunto una superficie complessiva di più di 90.000 mq, con un aumento del 60% rispetto al passato, e accoglie la più grande Ballroom della East Coast. Il PCC, che ospita più di 250 eventi all’anno, si trova a walking distance da 10.000 camere d’albergo, in una città che ha fatto delle dimensioni contenute, ma anche della sua ottima struttura alberghiera, uno dei suoi punti di forza.
Altre carte vincenti sono l’infinità varietà di location per eventi – una su tutte la splendida collezione di auto da corsa d’epoca della Simeone Foundation Automotive Museum – le diverse attività incentive – come ad esempio contribuire alla creazione di un murale insieme a un graffitaro professionista – e infine quella di essere una destinazione privilegiata per lo shopping, che è Tax-Free per calzature e abbigliamento.
Vero melting pot dal punto di vista etnico, Philadelphia è autentica e il suo tessuto urbano riflette perfettamente la città ideale voluta da William Penn, con la sua griglia ordinata di strade e le quattro piazze intorno al municipio, preservate grazie al fatto che la città non è mai stata distrutta dagli incendi.
Ultimo plus, l’ottimo rapporto qualità-prezzo, decisamente inferiore a quello di vicine metropoli.

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