Le polizze catastrofali obbligatorie per le imprese italiane si stanno rivelando uno scudo pieno di buchi: il caso del ciclone Harry, che ha devastato Sicilia, Calabria e Sardegna, mostra che molti danni reali non saranno indennizzati, soprattutto quelli da mareggiata che hanno distrutto lidi, ristoranti e strutture sul mare.

Cosa è successo con il ciclone Harry

Il ciclone Harry ha colpito il Sud Italia con piogge estreme, vento e onde anomale, danneggiando pesantemente coste, stabilimenti balneari, ristoranti e strutture ricettive in Sicilia, Sardegna e Calabria, per danni stimati in circa due miliardi di euro complessivi, di cui oltre un miliardo in Sicilia.

Molte imprese colpite avevano sottoscritto la nuova assicurazione obbligatoria contro le catastrofi naturali, ma i danni dovuti alle mareggiate – la vera forza distruttiva dell’evento – risultano esclusi dalle condizioni delle polizze, creando una frattura evidente fra promessa politica e realtà contrattuale.

Come funzionano le polizze Cat Nat

La Legge di Bilancio 2024 ha introdotto l’obbligo per tutte le imprese iscritte al Registro delle imprese di assicurarsi contro i danni a terreni, fabbricati, impianti e macchinari derivanti da terremoti, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni, escludendo le imprese agricole.

L’obbligo alle polizze catastrofali vale solo per gli immobili con valido titolo edilizio o sanati: chi opera in strutture abusive o con difformità rilevanti non è assicurabile e viene escluso anche da future agevolazioni pubbliche, ampliando il numero di soggetti “scoperti” proprio nelle aree più fragili dal punto di vista idrogeologico e urbanistico.

Le falle emerse con Harry

Nel caso Harry, il nodo principale è che le polizze catastrofali tipicamente coprono eventi come alluvione o esondazione, ma non il “rischio marittimo” puro: gli stabilimenti sventrati dalla forza del mare non ricevono indennizzo perché le mareggiate anomale non rientrano tra gli eventi coperti.

In pratica, l’imprenditore che ha pagato il premio per mettersi in regola finisce per scoprire, a disastro avvenuto, che il rischio specifico che lo ha colpito è classificato altrove o escluso, e resta a carico suo o dello Stato attraverso lo stato di emergenza deliberato dal governo per le tre regioni coinvolte.

Opinioni e critiche: tutela o favore alle compagnie?

Associazioni dei consumatori e sigle del commercio parlano apertamente di “beffa”, denunciando che la nuova assicurazione obbligatoria contro le catastrofi non rimborsa i danni da mareggiata che hanno messo in ginocchio lidi e attività costiere, pur essendo questi gli impatti più prevedibili lungo le coste esposte a eventi estremi.

Confesercenti e altre realtà temono che molti assicurati restino senza risarcimento perché l’evento non rientra nella definizione tecnica delle coperture, mentre le compagnie si appellano al perimetro normativo e alle clausole, invocando il rispetto dell’“obbligo a contrarre” solo entro i limiti degli eventi tipizzati (sisma, alluvione, frana, inondazione, esondazione).

Servono davvero queste polizze obbligatorie?

Sul piano teorico, l’obiettivo dichiarato del legislatore è ridurre il protection gap, che in Italia supera il 70% dei danni non assicurati, spostando parte del peso finanziario dalle casse pubbliche al mercato assicurativo e rendendo il sistema produttivo più resiliente agli eventi estremi.

Nei fatti, però, se le polizze obbligatorie escludono intere categorie di rischio oggi diventate ordinarie – come le mareggiate che accompagnano cicloni mediterranei – e parti essenziali dei costi post-disastro come demolizioni e sgomberi, il sospetto che il meccanismo serva più a garantire premi alle compagnie che indennizzi agli assicurati non è affatto peregrino.

Il caso Harry, più che un’eccezione, rischia di diventare il test di verità: o il quadro normativo e le condizioni di polizza vengono rapidamente adeguati includendo ciò che oggi non é raro ma sistematicamente escluso, oppure la polizza catastrofale obbligatoria resterà un esercizio di retorica assicurativa pagato dalle imprese e salvato, ogni volta, dall’ennesimo stato di emergenza

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