Spid a pagamento: Poste Italiane ora ha un canone annuale

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Poste Italiane ha introdotto un canone annuale per l’utilizzo dello SPID, seguendo la strada già tracciata da altri identity provider. Una scelta con ricadute significative sul sistema di identità digitale italiano, oggi utilizzato da oltre 36 milioni di cittadini per accedere ai servizi online della pubblica amministrazione e dei privati aderenti.

Ad oggi il servizio PosteID, che rappresenta circa il 70% degli SPID attivi, era rimasto in larga parte gratuito, con costi applicati solo ad alcune modalità di identificazione.

Dal 2026 c’è invece un canone fisso, di 6 euro l’anno. Una decisione legata ai costi di gestione e di sicurezza del sistema, che finora erano coperti in parte dallo Stato, ma che dopo la scadenza delle convenzioni pubbliche hanno gravato sempre più sui provider.

Il costo IVA inclusa, si paga dopo il primo anno gratuito. Gli utenti che già possiedono un account hanno ricevuto una comunicazione via email e devono effettuare il pagamento entro il 12 marzo 2026, altrimenti l’identità digitale verrà temporaneamente sospesa. L’account resterà attivo, e tornerà operativo non appena effettuato il pagamento annuale che può essere effettuato online o presso gli sportello. Dopo due anni di morosità l’identità digitale viene definitivamente cancellata.

La modifica tariffaria si applica alla maggior parte degli utenti, ma sono previste alcune eccezioni. Rimangono esenti dal pagamento i cittadini minorenni, coloro che hanno compiuto almeno 75 anni, i residenti all’estero e i titolari di SPID ad uso professionale. Per tutti gli altri, il contributo annuale di 6 euro è necessario per mantenere attiva la funzionalità di accesso ai servizi che espongono il logo SPID

Altri provider a pagamento

Poste Italiane aveva precisato a gennaio 2026che, trattandosi di una modifica unilaterale delle condizioni contrattuali, gli utenti possono recedere dal servizio entro 30 giorni senza costi aggiuntivi e scegliere un altro fornitore di identità digitale, ora questa possibilità non è più disponibile essendo passato il termine. La decisione di Poste si inserisce in un contesto più ampio: negli ultimi mesi, diversi gestori SPID hanno introdotto canoni annuali, tra cui Aruba (4,90 euro più IVA), InfoCert (5,98 euro IVA inclusa) e Register (9,90 euro)

Le motivazioni sono di natura economica e strategica. Con milioni di identità attive, un canone anche minimo genera per Poste ricavi aggiuntivi stimati fino a 100 milioni di euro, garantendo risorse per mantenere e potenziare l’infrastruttura digitale. Ma l’impatto per i cittadini non è trascurabile: per molti lo SPID è un accesso obbligato a pratiche quotidiane come bonus, certificati, servizi fiscali o prenotazioni sanitarie. L’idea di dover pagare per un servizio considerato “pubblico” potrebbe alimentare polemiche e disincentivare l’uso dei canali digitali, rallentando la transizione verso una burocrazia paperless.

Chi mantiene lo spid gratuito e altre alternative

Alcuni provider mantengono ancora il servizio gratuito, tra cui Sielte e Lepida. Inoltre, il Governo sta incentivando l’utilizzo della Carta d’Identità Elettronica (CIE) come alternativa allo SPID, nell’ambito di una strategia più ampia che prevede l’integrazione con l’IT-Wallet europeo entro il 2026. La CIE, emessa direttamente dallo Stato, non prevede canoni annuali per l’autenticazione digitale e può già essere utilizzata per accedere ai servizi della Pubblica Amministrazione

L’Italia, infatti, ha puntato molto sull’identità digitale come strumento cardine della digitalizzazione. La mossa di Poste potrebbe spingere una parte degli utenti a migrare verso altri provider o ad adottare alternative come la Carta d’Identità Elettronica, che resta gratuita. Allo stesso tempo potrebbe accelerare lo sviluppo dell’IT Wallet, il portafoglio digitale nazionale pensato per integrare documenti e credenziali, che il governo intende promuovere come successore di SPID.

Il tema centrale è quello dell’equità digitale. Un canone annuale, anche contenuto, rischia di escludere le fasce di popolazione più fragili, creando nuove barriere all’accesso ai servizi pubblici. Una questione che chiama in causa non solo Poste ma anche le istituzioni, chiamate a garantire che la digitalizzazione resti inclusiva.

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