La Porta dell’Inferno esiste davvero, ecco dove si trova e perché vogliono chiuderla

La Porta dell’Inferno, conosciuta anche come il Cratere di Darvaza, è una delle meraviglie più sorprendenti e misteriose del Turkmenistan, in Asia Centrale. Questo fenomeno geologico, situato nel cuore del deserto del Karakum, è diventato nel corso degli anni un simbolo di intrigo e fascino per viaggiatori e scienziati da ogni angolo del mondo.
La Porta dell’Inferno di Darvaza non è solo un fenomeno geologico straordinario ma anche un sito di grande interesse storico, culturale e ambientale. Rappresenta un esempio unico di come un errore umano possa trasformarsi in un’attrazione turistica di livello mondiale, stimolando al contempo riflessioni importanti sull’impatto ambientale delle attività umane.

Origini e Storia della Porta dell’Inferno

Il cratere, largo circa 70 metri e profondo 30, è il risultato di un incidente avvenuto nel 1971. Durante una spedizione sovietica di esplorazione del gas naturale, una piattaforma di perforazione crollò, creando un’enorme buca. Per prevenire la diffusione di gas metano, gli scienziati decisero di incendiare il gas, sperando che si esaurisse in poche settimane. Contrariamente alle aspettative, il fuoco continua a bruciare ancora oggi, più di mezzo secolo dopo, creando un effetto visivo che ricorda una porta verso un altro mondo.

Impatto Turistico e Culturale del Cratere di Darvaza

Nonostante la sua origine accidentale, la Porta dell’Inferno è diventata una meta turistica di rilievo. La vista del cratere, specialmente di notte, è spettacolare. Le fiamme che danzano sullo sfondo del cielo stellato del deserto creano un contrasto mozzafiato, attirando fotografi, avventurieri e curiosi. L’interesse per questo sito non si limita alla sua bellezza visiva. La Porta dell’Inferno ha anche un significato culturale profondo. È diventata parte del folklore locale e ha stimolato la fantasia di molti, contribuendo a creare leggende e miti che circondano questo luogo enigmatico.

Il futuro della Porta dell’Inferno e il problema ambientale

L’esistenza prolungata del cratere solleva questioni ambientali. La combustione continua del gas metano contribuisce all’emissione di gas serra, un argomento di crescente preoccupazione a livello globale. Inoltre, il sito offre ai ricercatori un’opportunità unica di studiare gli effetti a lungo termine della combustione del gas naturale sull’ambiente circostante. Il governo del Turkmenistan già nel 2022 si è espresso per domare le fiamme del cratere e sfruttarne le risorse di gas naturale, ma ancora non si è trovata una soluzione.

Il presidente Gurbanguly Berdimuhamedow ha motivato la decisione con tre ragioni principali: ridurre l’inquinamento da metano, tutelare la salute pubblica e preservare risorse energetiche finora disperse. Il metano, infatti, è un potente gas serra e il cratere è un’emissione costante nell’atmosfera. Organizzazioni come il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) hanno monitorato il sito con sistemi satellitari (Methane Alert and Response System – MARS), confermando la diminuzione delle emissioni.

Secondo Turkmengaz, la compagnia statale del gas, l’intensità delle fiamme si è già ridotta di tre volte rispetto al passato, grazie all’estrazione di metano da pozzi vicini. Oggi il bagliore, un tempo visibile a chilometri di distanza, si percepisce solo da vicino.

Spegnere la Porta dell’inferno significherebbe quindi chiudere una delle ferite aperte più suggestive della Terra, ma anche compiere un passo importante nella lotta al cambiamento climatico e nella gestione sostenibile delle risorse energetiche del Turkmenistan.

Le difficoltà nella chiusura

Chiudere la Porta dell’inferno di Darvaza non è un’perazione semplice e presenta diverse difficoltà di natura tecnica, ambientale e logistica. La prima sfida riguarda la profondità e l’estensione del cratere, che misura circa 70 metri di diametro e oltre 20 di profondità. Intervenire in sicurezza in un’area in cui il terreno è instabile e il calore intenso richiede attrezzature speciali e personale altamente qualificato. Le temperature vicino alle fiamme possono superare i 400 °C, rendendo impossibile operare direttamente all’interno senza protezioni avanzate e sistemi di raffreddamento.

Dal punto di vista geologico, il cratere si trova sopra un’area ricca di sacche di metano. Spegnere le fiamme senza gestire la pressione del gas comporterebbe il rischio di nuove fuoriuscite, possibili esplosioni o l’accumulo di gas pericolosi nell’atmosfera circostante. Per questo, le operazioni richiederebbero una mappatura dettagliata del sottosuolo e una perforazione controllata per intercettare e deviare le emissioni verso impianti di estrazione o combustione sicura.

A queste difficoltà si aggiunge la distanza del sito dai principali centri urbani: Darvaza si trova in una zona remota del deserto del Karakum, con infrastrutture limitate per trasportare macchinari pesanti e fornire supporto logistico alle squadre operative. Le condizioni climatiche estreme, con estati torride e inverni rigidi, complicano ulteriormente la pianificazione degli interventi.

Infine, c’è un aspetto economico e turistico: il cratere è una delle attrazioni più conosciute del Turkmenistan e la sua chiusura potrebbe ridurre l’afflusso di visitatori, privando la zona di una fonte di entrate. Il governo deve quindi bilanciare l’esigenza di sicurezza e sostenibilità ambientale con l’impatto sull’immagine e sull’economia locale.

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