Business travel, ottimismo cauto: spesa stabile, ma USA e visti preoccupano le aziende

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I professionisti del business travel guardano al 2026 con un cauto ottimismo, ma con una crescente consapevolezza dei vincoli che potrebbero condizionare l’anno a venire. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio della Global Business Travel Association (GBTA), che fotografa un settore orientato alla stabilità e a una moderata crescita, ma alle prese con pressioni su costi, sicurezza dei viaggiatori e mobilità internazionale.

Secondo l’indagine, condotta su 571 travel manager aziendali, fornitori e travel management company (TMC) in 40 Paesi, le organizzazioni prevedono budget di viaggio stabili o in aumento e un incremento contenuto dei volumi di trasferta e dei ricavi. Al tempo stesso, la gestione dei costi senza compromettere la soddisfazione dei viaggiatori resta una delle principali sfide, insieme alla tutela della sicurezza in un contesto segnato da potenziali discontinuità operative e da nuove restrizioni transfrontaliere, in particolare verso gli Stati Uniti.

«I risultati mostrano un settore trainato da una domanda prevista in crescita e da indicatori finanziari positivi, ma con il rischio di interruzioni legate a fattori esterni che potrebbero ridefinire il business travel nel corso del 2026», commenta Suzanne Neufang, CEO di GBTA. «Viaggiare per lavoro resta fondamentale per la crescita, l’innovazione e la connessione delle aziende e delle economie globali. È essenziale che rimanga accessibile, sicuro e fluido».

Il sentiment generale rimane positivo, anche se più prudente rispetto al recente passato. Il 59% degli operatori interpellati si dichiara ottimista sull’andamento del settore nel 2026, con percentuali simili tra buyer, fornitori, TMC e nelle diverse aree geografiche. Un ulteriore 31% esprime una valutazione neutrale. Tuttavia, le tensioni legate al commercio internazionale, alle politiche di frontiera e al quadro macroeconomico hanno inciso sulle aspettative: l’ottimismo dei travel buyer per il 2026 risulta in calo di 12 punti percentuali rispetto a quello registrato a fine 2024 in vista del 2025.

Sul fronte della spesa, l’84% dei buyer prevede che i budget per i viaggi d’affari nel 2026 aumenteranno (44%) o resteranno in linea con il 2025 (40%). Tra chi si attende una crescita, l’incremento medio stimato è del 12%. Solo il 13% ipotizza una riduzione della spesa. Anche i volumi di viaggio dovrebbero mantenere un ritmo stabile: il 35% dei travel buyer prevede un aumento del numero di trasferte aziendali, mentre il 47% si attende livelli invariati rispetto al 2025. Tra coloro che prevedono una crescita, l’aumento medio stimato è del 14%. In area EMEA, tuttavia, il 25% dei buyer si aspetta un calo anno su anno.

Le aziende prevedono anche un numero maggiore di dipendenti in viaggio. Il 42% dei travel manager ritiene che nel 2026 aumenterà il numero di employee traveler, seppur in molti casi con incrementi inferiori al 10%. Il 38% prevede una situazione stabile, mentre il 18% ipotizza una riduzione.

Dal lato dell’offerta, anche fornitori e TMC guardano al 2026 con aspettative moderatamente positive. Il 47% prevede un aumento dei ricavi, con una crescita media stimata del 15%, mentre il 39% si aspetta risultati in linea con il 2025. Solo il 14% ipotizza una flessione. In Nord America, tuttavia, i fornitori risultano più cauti: il 38% prevede un aumento dei ricavi, mentre il 46% si attende una sostanziale stabilità.

Per quanto riguarda i budget operativi dei programmi di travel management, il 75% dei buyer prevede per il 2026 una situazione stabile o in crescita. Il 30% si attende un aumento, perlopiù inferiore al 10%, mentre il 45% prevede una sostanziale continuità rispetto al 2025. Resta comunque una quota del 18% che si aspetta una riduzione dei budget operativi. Il controllo dei costi emerge come una priorità più marcata negli Stati Uniti, dove il 74% dei buyer indica il risparmio e la governance dei costi come principale preoccupazione, contro il 62% registrato negli altri mercati.

Fornitori e TMC indicano come principali aree di riduzione della spesa per il 2026 il marketing (26%), il blocco delle nuove assunzioni (22%) e la riduzione del personale o il maggiore ricorso all’outsourcing (13%). Negli Stati Uniti, il 20% dei professionisti TMC prevede una riduzione dello staff e il 26% un congelamento delle assunzioni.

Tra le principali preoccupazioni per il 2026 figurano l’accessibilità economica dei viaggi d’affari, indicata dal 70% dei buyer, seguita dalla complessità delle procedure di ingresso e uscita dai Paesi e dal rilascio dei visti (65%) e dalla sicurezza dei dipendenti in viaggio (56%). Le preoccupazioni risultano abbastanza uniformi tra ruoli e mercati, ma negli Stati Uniti emergono con maggiore forza i temi dell’aumento dei costi (76%) e delle procedure di frontiera (57%). Le difficoltà legate ai permessi di ingresso sono particolarmente sentite dalle aziende con oltre 10.000 trasferte annue e anche dai fornitori.

Un capitolo centrale riguarda le nuove proposte di rafforzamento dei requisiti ESTA per l’ingresso negli Stati Uniti. Le misure allo studio prevedono, per i viaggiatori provenienti da 42 Paesi attualmente esenti da visto, la comunicazione obbligatoria di informazioni personali estese, inclusi profili social a lungo termine, contatti e dati familiari, oltre a possibili selfie biometrici e a un processo esclusivamente tramite app mobile. Cambiamenti che, secondo il sondaggio, rischiano di minare la fiducia nei viaggi verso gli Stati Uniti.

Tra le organizzazioni che inviano frequentemente dipendenti negli USA, tre su quattro si dichiarano molto o abbastanza preoccupate. Le principali criticità riguardano la gestione dei viaggi verso gli Stati Uniti, l’aumento delle complessità operative, i costi di fare business nel Paese, la disponibilità dei dipendenti a viaggiare e la difficoltà di organizzare eventi e meeting. In Europa, il tema della privacy è particolarmente sentito: il 67% dei professionisti ritiene che i dipendenti preferirebbero rinunciare al viaggio piuttosto che fornire informazioni personali così dettagliate.

Di conseguenza, molte aziende dichiarano di valutare un maggiore ricorso a meeting al di fuori degli Stati Uniti, una riduzione dei viaggi business nel breve e nel lungo periodo e, in alcuni casi, una revisione delle travel policy per limitare le trasferte verso il Paese.

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